Vulcani spenti: perché contare le brigate non basta a misurare la forza

Nel 1915, durante la Grande Ritirata russa sul fronte orientale, il colonnello Aleksandr Svechin assunse il comando del 6° reggimento fucilieri finlandese e si trovò davanti a un problema che oggi torna centrale: un reparto può esistere sulla carta, con organici, mitragliatrici e ufficiali elencati nei registri, ed essere allo stesso tempo svuotato di reale capacità combattiva. È il punto di partenza di un commento di Roger N. McDermott pubblicato da RUSI (Royal United Services Institute), che riprende questa distinzione per analizzare la guerra in Ucraina.
Svechin descrisse i reparti logorati da perdite, stanchezza, comando indebolito e attrito prolungato come «vulcani estinti»: formazioni ancora visibili negli organigrammi, ma prive di energia combattiva reale, richiamando l’immagine clausewitziana della battaglia che si consuma fino a spegnersi. Il suo reggimento, al momento dell’assunzione del comando, disponeva sulla carta di oltre 1.600 baionette e di un elenco dettagliato di specialisti, ma aveva perso le mitragliatrici originali e dipendeva da armi di sostituzione senza munizionamento garantito.
McDermott collega questa lezione a una valutazione recente firmata da Jack Watling per RUSI su un audit condotto sulle circa 120 brigate ucraine, da cui è emerso che circa un sesto soffriva in modo sproporzionato di comando debole e prestazioni insufficienti nel tempo. Tra le proposte discusse, la possibilità di consolidare le formazioni più deboli trasferendone il personale verso brigate più efficaci, invece di continuare a rimpiazzare organizzazioni ormai inefficaci. La stessa valutazione segnalava un ulteriore fattore corrosivo: la difficoltà di ruotare il personale, con soldati rimasti in aree di combattimento fino a 200 giorni.
Il punto centrale dell’analisi è che la forza numerica non equivale alla potenza di combattimento. Due brigate di dimensioni nominali simili possono avere valore militare radicalmente diverso: una mantiene comandanti e sottufficiali esperti, comunicazioni funzionanti, coesione tra i reparti e capacità di integrare fuoco e sistemi senza pilota; l’altra, pur con numeri comparabili, può mancare della competenza accumulata necessaria per impiegarli.
McDermott sottolinea che un’unità militare è anche un deposito di relazioni, esperienza e conoscenza tacita: procedure di stato maggiore, fiducia reciproca tra comandanti e subordinati, reti informali che tengono in piedi l’organizzazione quando i meccanismi formali falliscono. Le perdite consumano questo capitale insieme agli effettivi, e sostituire i caduti non riproduce automaticamente l’esperienza di un comandante di plotone veterano o la capacità di uno stato maggiore di battaglione di interpretare informazioni frammentarie sotto pressione.
Il commento richiama inoltre uno studio di Whisler e Kofman sull’espansione delle forze russe, secondo cui Mosca ha generato massa aggiuntiva significativa ma con crescenti difficoltà a convertirla in effetto sul campo di battaglia, mentre la qualità delle forze e la capacità di impiegarle su scala sono diminuite. Per McDermott la domanda utile non è quante brigate abbia un esercito, ma quante di quelle brigate restino organizzazioni militari realmente funzionanti, valutando comando, coesione, addestramento, rotazione, perdite tra il personale esperto e capacità logistica.
Il commento di GrNet.it
L’analisi si concentra su Ucraina e Russia, ma lascia sullo sfondo una domanda che riguarda direttamente gli eserciti europei, Italia compresa: quanto delle nostre stesse brigate esiste solo negli organici NATO e quanto rappresenta capacità combattiva verificata da esercitazioni ad alta intensità prolungate. La distinzione di Svechin tra forza sulla carta e potenza reale non è un problema esclusivo di eserciti in guerra da anni: riguarda anche formazioni che non hanno mai affrontato un logoramento paragonabile e la cui coesione resta quindi non testata. Un audit interno come quello descritto per le brigate ucraine, che valuti comando, sottufficiali e capacità di stato maggiore oltre ai numeri di organico, sarebbe uno strumento utile anche per le forze armate italiane, specie nella pianificazione della generazione di forza per compiti NATO. Il rischio, altrimenti, è che la pianificazione si affidi a cifre di organico che dicono poco sulla reale prontezza operativa in caso di impiego prolungato.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 19 agosto 2026




