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Il taglio degli aiuti britannici e il conto che arriva sulla sicurezza

Tra 0,5% e 0,3% del reddito nazionale lordo: è questa la forbice entro cui il Regno Unito ha deciso di comprimere il proprio budget per la cooperazione allo sviluppo entro il 2027, secondo un’analisi di Michael Jones pubblicata da RUSI (Royal United Services Institute). Quasi un quinto delle risorse residue, ricorda l’autore, è già assorbito dai costi dell’Home Office per l’asilo, restringendo ulteriormente i margini reali di manovra.

L’analisi collega la contrazione britannica a un fenomeno più ampio: il ridimensionamento dell’agenzia statunitense USAID e il calo generalizzato della spesa globale per gli aiuti hanno già prodotto effetti misurabili. In Sudan sono stati chiusi 1.100 mense popolari per mancanza di liquidità; in Etiopia è stato sospeso il sostegno alle vittime di stupro; in villaggi del Sud Sudan gli amministratori locali (payam administrators) hanno registrato un aumento di dieci volte della mortalità. Le stime citate parlano di 750.000 decessi potenziali nel primo anno dei tagli statunitensi, con proiezioni che arrivano fino a 22 milioni di morti entro il 2030.

Jones ricostruisce il nuovo approccio annunciato dall’ex ministra degli Esteri Yvette Cooper, articolato in quattro «cambiamenti essenziali»: da donatore a investitore, da fornitura di servizi a supporto di sistema, da sussidi a competenze tecniche, da interventi internazionali a leadership locale. Sulla carta, osserva l’autore, i principi appaiono condivisibili, ma la disponibilità di fondi resta incoerente con gli obiettivi dichiarati: gli aiuti bilaterali verso l’Africa si contrarranno del 58% in quattro anni, quelli per il clima del 14%. Somalia, Sud Sudan e Mozambico subiranno tagli rispettivamente del 49%, 46% e 90%.

Il rapporto richiama il nesso, evocato dallo stesso Starmer nel 2021, tra bilancio estero e sicurezza interna del Regno Unito. Cita stime del Fondo Monetario Internazionale secondo cui la prevenzione dei conflitti può generare un ritorno fino a 103 dollari per ogni dollaro investito, e valutazioni delle Nazioni Unite che indicano risparmi netti compresi tra 5 e 70 miliardi di dollari annui. Al contrario, l’assenza di prevenzione produce «vuoti strategici» sfruttati da potenze ostili, reti estremiste e organizzazioni criminali, come accaduto dopo il 2011 in Libia, con ricadute sul Sahel, oggi responsabile di metà dei decessi legati al terrorismo nel mondo.

Il caso sudanese occupa una parte centrale dell’analisi: 14 milioni di sfollati dall’aprile 2023, 4 milioni fuori dal paese, un sistema sanitario collassato e il rischio di epidemie concorrenti, incluso un 70% di probabilità che l’Ebola si diffonda in Sud Sudan nei prossimi tre mesi. Jones segnala inoltre la responsabilità britannica come «Penholder» ONU per il Sudan, criticando la scelta di un approccio «meno ambizioso» alla protezione dei civili prima della caduta di El-Fashar, dove circa 10.000 persone sono state uccise in 48 ore.

L’autore chiude guardando alla premiership di Andy Burnham come occasione di revisione, ma avverte che il ritorno a soglie come 0,5% o 0,7% del reddito nazionale lordo non basta senza una strategia coerente, capace di superare la logica emergenziale e di riconoscere il legame strutturale tra sviluppo globale e sicurezza nazionale.

Il commento di GrNet.it

Il dato dei 10.000 morti a El-Fashar in 48 ore, richiamato dall’analisi RUSI, mostra quanto rapidamente un vuoto di prevenzione si traduca in costo umano diretto, non solo in una voce contabile del bilancio estero. Per un osservatore con esperienza operativa, il punto centrale non è la percentuale di PIL destinata alla cooperazione, ma la capacità di leggere insieme instabilità, migrazioni e proliferazione di armamenti come un unico sistema di rischio. Il parallelo con la Libia del 2011 e l’effetto a catena sul Sahel dovrebbe interessare direttamente Roma, che su quel fronte ha interessi diretti in termini di rotte migratorie e presenza nel Mediterraneo centrale. Resta da capire se il Regno Unito, nel ridefinire la propria strategia con il nuovo governo, tratterà davvero gli aiuti come strumento di sicurezza anticipata o continuerà a gestirli come voce residuale del bilancio della difesa.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 16 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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