AFRICOM torna in forze in Africa occidentale grazie agli attacchi di Trump

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, think tank legato al Quincy Institute, le decisioni improvvisate dell’amministrazione Trump in Africa occidentale rischiano di produrre conseguenze durature, aprendo percorsi di escalation che i successori alla Casa Bianca difficilmente vorranno chiudere.
L’autore, Alex Thurston, ricostruisce come gli Stati Uniti abbiano colpito la Nigeria nel dicembre 2025 e nel maggio 2026, e come lo staff di Trump abbia successivamente valutato opzioni militari contro il Mali, secondo quanto riportato dal Washington Post. Si tratta di una svolta rispetto a una linea storica: dopo l’11 settembre, con la Pan-Sahel Initiative del governo Bush e poi la Trans-Sahara Counterterrorism Partnership del 2005, Washington aveva costruito nel Sahel una presenza fatta soprattutto di addestramento e supporto logistico, evitando confronti diretti e sistematici con i gruppi jihadisti, a differenza di quanto avvenuto in Somalia, Yemen e Libia.
Quel modello non ha impedito le crisi che avrebbe dovuto prevenire: tra il 2009 e il 2010 Boko Haram si è trasformato in insurrezione di massa in Nigeria, mentre la rivolta maliana del 2012 ha innescato la prima grande presa di potere jihadista nella regione, tuttora fonte di conflitto multipolare nel Sahel. Nonostante episodi come l’uccisione di un membro dei Green Beret in Mali nel 2017 e un’imboscata nello stesso anno in Niger costata la vita a quattro soldati americani e cinque nigerini, gli Stati Uniti avevano finora mantenuto un profilo relativamente contenuto.
Il rapporto sottolinea che United States Africa Command, dato quasi per smantellato all’inizio del secondo mandato Trump — con ipotesi di fusione nell’European Command — è invece uscito rafforzato da questa fase. Espulso dalla base drone in Niger nel 2024 dal nuovo governo militare locale, AFRICOM ha semplicemente cercato nuovi siti nell’Africa occidentale costiera, mentre gli attacchi in Somalia sono aumentati nel biennio 2025-2026. Con la richiesta di budget del Pentagono per il 2027 che supera per la prima volta i mille miliardi di dollari, il comando è destinato a crescere ulteriormente.
Thurston contesta inoltre le motivazioni ufficiali fornite dal generale Davgin Anderson nel documento di postura 2026 di AFRICOM, che descrive il gruppo JNIM, affiliato ad al-Qaida, come una minaccia diretta al territorio statunitense, pur non avendo mai colpito obiettivi fuori dall’Africa nordoccidentale, nemmeno in Francia. L’autore nota anche che la violenza nel Sahel centrale è aumentata costantemente proprio negli anni di massima sorveglianza statunitense dalla base nigerina.
La nuova strategia antiterrorismo pubblicata a maggio 2026, che promette di chiudere con le “guerre eterne” dell’amministrazione Biden, secondo l’analisi riformula piuttosto che superare l’approccio precedente, mantenendo formule elastiche — gruppi “capaci” di colpire, minaccia agli “interessi” americani — che si prestano a giustificare qualunque intervento futuro.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non discute a fondo un aspetto che riguarda direttamente gli alleati europei impegnati nel Sahel negli ultimi quindici anni: il vuoto lasciato dal ritiro francese dal Mali e dal Niger non viene colmato da Parigi né da altri partner occidentali, ma da un comando americano che agisce per raid intermittenti senza un piano di stabilizzazione politica. Per l’Italia, che ha mantenuto una presenza addestrativa in Niger fino all’espulsione delle forze occidentali, la lezione è che la sorveglianza tecnologica e i colpi puntuali non sostituiscono un impegno diplomatico continuativo sulle cause della radicalizzazione. Resta poi da capire se un’escalation a bassa intensità ma permanente in Africa occidentale possa produrre effetti di instabilità che si ripercuotono sulle rotte migratorie verso il Mediterraneo centrale, tema su cui Roma ha interessi diretti che Washington non necessariamente condivide. Sarebbe utile che gli osservatori italiani seguissero con più attenzione le scelte di basing di AFRICOM nella fascia costiera, perché ridisegnano gli equilibri regionali indipendentemente dai risultati concreti ottenuti sul terreno.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 agosto 2026




