Designare le RSF come terroristi fermerebbe la guerra in Sudan

Basterebbe un’etichetta giuridica a fermare uno dei conflitti più sanguinosi dell’Africa contemporanea? La risposta che emerge da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, è articolata e per nulla rassicurante: una designazione terroristica delle Rapid Support Forces (RSF) sudanesi produrrebbe effetti limitati se non inserita in una strategia più ampia, che finora l’amministrazione Trump non ha delineato.
L’autore, Alex Thurston, ricostruisce il dibattito in corso al Congresso statunitense attorno a diverse proposte legislative, tra cui il PEACE in Sudan Act del 2026 e il RSF Terrorism Designation Act, che chiedono al segretario di Stato di applicare alle RSF la designazione Specially Designated Global Terrorism o quella di Foreign Terrorist Organization. Le RSF combattono dal 2023 contro le Forze Armate Sudanesi (SAF) in un conflitto che ha causato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati, con ripercussioni sull’intero Corno d’Africa.
Gli esperti interpellati da Thurston concordano su un punto: gli Emirati Arabi Uniti, accusati di sostenere logisticamente e materialmente le RSF attraverso Ciad, Somalia, Etiopia e Libia, sono il vero bersaglio implicito di un’eventuale designazione. Secondo il giornalista sudanese Eiad Husham, la misura “costringerebbe a un difficile confronto politico e diplomatico con Abu Dhabi”, potenzialmente indebolendo il controllo delle RSF sul Sudan occidentale.
Restano tuttavia dubbi seri sull’efficacia pratica dello strumento. Jason Blazakis, ex funzionario del Dipartimento di Stato ed esperto di finanziamento del terrorismo, sottolinea che l’applicazione extraterritoriale delle sanzioni richiede coesione internazionale che l’amministrazione Trump raramente persegue, e giudica “molto improbabile” che i profitti derivanti dall’oro delle RSF, che transitano per gli Emirati, vengano effettivamente intercettati. Un recente rapporto delle Nazioni Unite descrive un’economia di guerra alimentata da flussi di gomma arabica e altre materie prime difficili da colpire con strumenti sanzionatori.
Alex de Waal, della Tufts University, osserva che una designazione porterebbe almeno chiarezza a una politica statunitense finora contraddittoria, dato che Washington ha già riconosciuto il genocidio commesso dalle RSF senza trarne conseguenze proporzionate. De Waal avverte però di un paradosso: designare un’organizzazione come terroristica e poi negoziare con essa risulterebbe difficile, e la misura rischierebbe di rafforzare la posizione massimalista delle SAF, che puntano alla vittoria militare totale e hanno già respinto diverse proposte di cessate il fuoco mediate dall’inviato per l’Africa Massad Boulos.
Cameron Hudson, ex diplomatico statunitense, ha sostenuto che la designazione potrebbe favorire una svolta nei negoziati con le SAF, pur ammettendo che le recenti sanzioni contro Khartoum, motivate dal presunto uso di armi chimiche da parte delle SAF, complicano ulteriormente il ritorno al tavolo negoziale. Husham si mostra scettico sull’intera iniziativa diplomatica americana, segnalando che Boulos segue oltre sessanta paesi con uno staff ridotto e nessuna precedente esperienza diplomatica.
Thurston conclude che una catena di eventi complessi dovrebbe verificarsi prima che la designazione venga adottata, e ancor di più prima che possa contribuire a porre fine alla guerra.
Il commento di GrNet.it
Il precedente utile è quello delle sanzioni imposte al regime di Khartoum per quasi trent’anni, che secondo lo stesso Husham hanno addestrato l’attuale leadership delle RSF ad aggirare le restrizioni finanziarie internazionali. Una designazione terroristica funziona quando accompagna un dispositivo diplomatico coerente e coordinato, non quando lo sostituisce: è la lezione che l’esperienza afgana e quella somala avrebbero già dovuto consolidare a Washington. Per l’Italia, che ha interessi diretti nella stabilità del Corno d’Africa e nei flussi migratori dal Sudan verso la Libia, il nodo emiratino meritava un approfondimento specifico, perché la rete di supporto alle RSF passa anche da Paesi con cui Roma intrattiene rapporti economici e di sicurezza rilevanti. Resta aperta la domanda su cosa accadrebbe alla presenza militare e commerciale italiana in Libia se il conflitto sudanese dovesse frammentare ulteriormente gli equilibri regionali.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 31 luglio 2026




