Difesa europea, due proposte di finanziamento a confronto dopo Ankara

Quindici miliardi di sterline in più, contro i 28 miliardi che la Strategic Defence Review britannica indicava come necessari: è lo scarto che ha accompagnato il compromesso raggiunto dal governo di Sir Keir Starmer sul Defence Investment Plan, discusso al vertice NATO di Ankara del luglio 2026. Da questo caso Rachel Ellehuus e Linus Terhorst, rispettivamente Direttrice generale e ricercatore di RUSI, muovono per esaminare due strumenti finanziari alternativi che gli alleati stanno negoziando per sostenere la spesa militare senza gravare ulteriormente su bilanci pubblici e fiscalità.
Il primo è il Multilateral Defence Mechanism (MDM), proposto ad Ankara da Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia e Polonia, a cui Londra ha destinato 400 milioni di sterline nel proprio piano. L’MDM punterebbe a finanziare acquisti congiunti e stoccaggi condivisi usando le scorte stesse come garanzia per prestiti più economici, trasformando una spesa in conto capitale in un costo operativo differito. Gli autori segnalano tuttavia che gli esperti dubitano della fattibilità: le scorte di munizioni hanno un mercato secondario limitato, comportano costi di mantenimento e smaltimento, e senza impegni d’acquisto anticipati da parte degli Stati difficilmente lo strumento otterrebbe il rating AAA necessario per prestiti a basso costo.
Il secondo strumento è la Defence Security and Resilience Bank (DSRB), promossa dal primo ministro canadese Mark Carney insieme al collega lussemburghese Luc Frieden, con l’adesione ad Ankara di sette Paesi aggiuntivi: Albania, Belgio, Turchia, Grecia, Lettonia, Romania e Ucraina. Sul modello di banche multilaterali come la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, la DSRB richiederebbe capitale versato e capitale richiamabile dai tesori nazionali, funzionando sia da facilitatore di prestiti sovrani sia da strumento di derisking per banche e investitori riluttanti a finanziare le piccole e medie imprese della filiera difesa.
Il rapporto sottolinea come il modello «pay-to-play» della DSRB, che vincola gli investimenti ai soli Stati membri ma con criteri definiti in modo flessibile, contrasti con la rigidità del programma europeo SAFE, che impone almeno il 65% di componentistica di origine UE. Questa apertura permetterebbe alla DSRB di coinvolgere anche partner extraeuropei come Australia, Giappone e Corea del Sud, oltre a Turchia e Ucraina già a bordo.
Gli autori evidenziano un limite comune a entrambi gli strumenti: né l’MDM né la DSRB dispongono, allo stato attuale, di un meccanismo che incentivi in modo vincolante gli approvvigionamenti congiunti, storicamente ostacolati da interessi nazionali e istituzionali contrastanti. La proposta avanzata ad Ankara dall’allora Cancelliere britannica Rachel Reeves, quella di fondere i due strumenti, viene indicata come la via più promettente: la DSRB fornirebbe finanziamento condizionato all’acquisto congiunto, gestito dall’MDM o da agenzie consolidate come la NATO Support and Procurement Agency. Solo un’iniziativa unificata, sostenuta da un nucleo consistente di grandi economie, potrebbe secondo il rapporto rispondere contemporaneamente a tre esigenze: aggregare la domanda europea, ridurre il rischio per gli istituti bancari e finanziare l’espansione produttiva delle imprese della difesa.
Il commento di GrNet.it
Il precedente utile è quello dei consorzi industriali europei degli anni Novanta, quando la frammentazione dei programmi aeronautici nazionali produsse doppioni costosi che solo iniziative come l’Eurofighter riuscirono in parte a correggere, con anni di ritardo. La lezione vale anche qui: senza un vincolo che leghi il credito agevolato all’acquisto congiunto, il rischio è ricreare la stessa dispersione con strumenti finanziari invece che industriali. Per l’Italia, che partecipa a programmi multinazionali e ha una base industriale con filiere internazionali complesse, la flessibilità annunciata dalla DSRB sui criteri di origine potrebbe risultare più praticabile della rigidità del meccanismo SAFE. Resta da capire se Roma intenda sedersi al tavolo di una delle due iniziative con capitale versato consistente, scelta che RUSI indica come condizione per contare nella governance dello strumento.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 28 luglio 2026




