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Iran e il nuovo equilibrio nel Golfo Persico dopo la guerra

«La minaccia di rappresaglie non è riuscita a dissuadere gli attacchi americani e israeliani sul territorio iraniano»: con questa constatazione, un’analisi di Chatham House pubblicata l’11 giugno 2026 inquadra la trasformazione in atto nel Golfo Persico, a partire dal fallimento dell’Asse della Resistenza come strumento di deterrenza.

Il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti, in vigore da due mesi, rimane fragile. Diversi episodi di violenza lo hanno già interrotto, tra cui uno scambio di attacchi seguito all’abbattimento di un elicottero americano e le minacce del presidente Donald Trump, l’11 giugno, di occupare l’isola iraniana di Kharg. Secondo fonti di stampa citate nel testo, Washington avrebbe fatto sapere a Teheran, tramite il Qatar, che i raid recenti non intendevano riaprire un conflitto su larga scala. Entrambe le parti sembrano voler evitare un’escalation incontrollata, ma i negoziati per riaprire lo Stretto di Hormuz non hanno ancora prodotto risultati.

Il punto centrale dell’analisi riguarda il ridisegno della strategia di deterrenza iraniana. La rete di gruppi armati non statali sostenuti da Teheran — Hamas, Hezbollah e altri — aveva tra i suoi scopi originari quello di rendere costoso qualsiasi attacco diretto all’Iran. Questo meccanismo non ha funzionato: i due gruppi sono stati indeboliti e non hanno impedito le operazioni militari contro il territorio iraniano. Di conseguenza, il focus di Teheran si sposta verso il Golfo e, in particolare, verso il controllo dello Stretto di Hormuz.

La chiusura dello Stretto, già teorizzata in decine di simulazioni e war game, è stata ora messa in pratica. Secondo i ricercatori, questo passaggio ha abbattuto una barriera psicologica che non verrà ricostituita: l’Iran non rinuncerà all’opzione di ricorrere nuovamente a questa tattica e la integrerà stabilmente nella propria dottrina. La priorità immediata sarà la ricostruzione delle infrastrutture missilistiche e dei siti di produzione di droni, gravemente danneggiati dagli attacchi americani e israeliani, insieme alla diversificazione delle reti di approvvigionamento globali. Questa ricostruzione precederà, nell’ordine delle priorità, il ripristino delle capacità nucleari e della marina convenzionale.

Un secondo elemento del nuovo equilibrio riguarda gli Houthi, il gruppo che controlla la parte nordoccidentale dello Yemen. Il testo ricorda che tra il 2023 e il 2025 gli Houthi hanno già causato gravi perturbazioni al traffico nel Mar Rosso, motivandole con la solidarietà ai palestinesi. L’8 giugno 2026 hanno minacciato esplicitamente di chiudere la rotta alle navi israeliane. Pur non essendo strumenti diretti di Teheran, in uno scenario di conflitto che minacciasse la sopravvivenza della Repubblica Islamica potrebbero tornare ad agire, con effetti combinati sulla chiusura del Bab al-Mandab, lo stretto a sud del Mar Rosso, e dello Stretto di Hormuz.

Il terzo elemento è la minaccia diretta agli Stati del Golfo. I sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo — Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — sono già stati identificati come possibili bersagli iraniani in caso di conflitto aperto. La guerra ha creato un precedente che rafforza questa leva: per monarchie petrolifere la cui reputazione si fonda sulla stabilità, si tratta di una pressione strutturale destinata a condizionare la loro sicurezza e la loro prosperità nel lungo periodo.

Il commento di GrNet.it

La dottrina della «difesa avanzata» iraniana ricorda, per struttura, la logica della deterrenza per procura sperimentata durante la Guerra Fredda: delegare il rischio a entità periferiche per proteggere il centro. Il suo fallimento operativo nel 2025-2026 non è una sorpresa per chi ha seguito le esercitazioni NATO nel fianco sud: la dipendenza da attori non statali introduce variabili di controllo che nessun comando centralizzato può gestire pienamente. Per l’Italia, che transita quote significative del proprio approvvigionamento energetico attraverso rotte che dipendono dall’apertura di Hormuz e del Bab al-Mandab, la stabilizzazione di questi corridoi marittimi non è una questione astratta. Vale la pena chiedersi se la pianificazione nazionale di resilienza energetica abbia aggiornato i propri scenari alla luce di quanto dimostrato in questi mesi, o se ragioni ancora su ipotesi pre-2026.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 11 giugno 2026

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