Dollaro e guerra in Iran: il rischio viene da Washington, non dal conflitto

Secondo un’analisi di Sam Fraser pubblicata da Responsible Statecraft, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non rappresenta la minaccia esistenziale per il primato del dollaro che molti commentatori hanno evocato. Il vero pericolo, argomenta il ricercatore, proviene dalle scelte politiche interne dell’amministrazione Trump.
Il dibattito sul cosiddetto petrodollaro — il sistema per cui il petrolio viene prezzato e scambiato in dollari, con le entrate dei produttori del Golfo riciclate in asset denominati nella valuta americana — è tornato al centro dell’attenzione con l’escalation militare. L’accordo informale tra Washington e Riyadh, fatto risalire al 1974, ha certamente contribuito a stabilizzare la transizione dal gold standard verso un sistema di cambi flessibili. Tuttavia, il dollaro dominava già il commercio petrolifero da decenni prima di quell’intesa, in virtù del ruolo che gli era stato assegnato a Bretton Woods. E i produttori OPEC avevano allora scarsa alternativa: solo i mercati in dollari offrivano la scala e la liquidità necessarie ad assorbire i loro surplus.
La quota di ricavi petroliferi depositata nelle banche occidentali è crollata: negli anni Settanta sfiorava il 50%, mentre nel periodo 2018-2023 sarebbe scesa a una cifra singola. I fondi sovrani del Golfo investono oggi prevalentemente in progetti interni, e i surplus commerciali delle economie manifatturiere dell’Asia orientale hanno ampiamente superato quelli dei paesi produttori di idrocarburi come fonte di liquidità globale in dollari.
Il pilastro più solido dell’egemonia monetaria americana non è il commercio petrolifero, bensì il ruolo del dollaro nelle transazioni commerciali transfrontaliere e nel debito internazionale. Oltre il 50% degli scambi globali viene fatturato in dollari; circa la metà dei prestiti bancari internazionali e delle emissioni obbligazionarie — sia corporate sia sovrane — è denominata nella valuta americana. A sostenere questo sistema è un vasto mercato bancario offshore che crea trilioni di dollari attraverso l’attività creditizia, garantito nelle crisi dalle linee di swap della Federal Reserve con le banche centrali estere. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali si attesta intorno al 58%.
Il conflitto ha prodotto effetti pesanti sui paesi importatori di energia: l’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, amplificata dall’apprezzamento del dollaro — favorito dal fatto che gli Stati Uniti sono ormai esportatori netti di idrocarburi — ha generato razionamenti, misure di austerità e un rapido prosciugamento delle riserve valutarie in Asia meridionale e sudorientale. Si tratta di conseguenze strutturali del sistema, non di anomalie: un meccanismo analogo si era già manifestato durante il cosiddetto Volcker Shock degli anni Ottanta.
Né l’euro né il renminbi sono in grado di scalzare il dollaro nel breve periodo. La moneta europea soffre di frammentazione interna; quella cinese è frenata dai controlli sui capitali e da mercati poco liquidi. La Cina regola oggi circa il 30% del proprio commercio estero in renminbi, ma la quota di questa valuta nelle transazioni globali e nelle riserve resta marginale.
Il rischio sistemico, secondo il rapporto, viene dall’interno. Le pressioni sull’indipendenza della Fed potrebbero compromettere le linee di swap in una futura crisi finanziaria. I tagli fiscali combinati con la crescita della spesa militare hanno portato il deficit americano a livelli storicamente inediti per una fase di espansione economica, erodendo la fiducia nei Treasury, fondamento dei mercati profondi e liquidi che rendono il dollaro desiderabile. La distinzione proposta è tra egemonia — esercitata attraverso regole, istituzioni e accordi mutuamente vantaggiosi — e dominazione, affidata alla coercizione e alla forza. La prima garantisce il primato monetario; la seconda lo logora.
Il commento di GrNet.it
L’analisi coglie una distinzione che chi ha operato in contesti di pianificazione strategica conosce bene: la differenza tra potere strutturale e potere coercitivo non è accademica, ha ricadute dirette sulla tenuta delle alleanze e sulla credibilità degli strumenti finanziari che le sostengono. Per l’Italia, paese con un debito pubblico elevato e fortemente esposto ai mercati internazionali dei capitali, un’erosione della fiducia nei Treasury americani non è uno scenario astratto: si tradurrebbe in pressioni sullo spread e in costi di rifinanziamento più alti in un momento in cui la spesa per la difesa è già in aumento. Vale la pena notare che il testo distingue tra ciò che il conflitto ha prodotto — effetti reali ma contenuti sul sistema monetario — e ciò che le scelte di politica interna americana rischiano di produrre nel medio periodo; una distinzione che i documenti di pianificazione economico-finanziaria della NATO tendono ancora a trattare in modo separato. Resta aperta la questione di quanto tempo abbiano i paesi alleati per adeguare le proprie strategie di riserva e di diversificazione valutaria prima che le tensioni strutturali descritte nell’analisi si manifestino in forma acuta.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 giugno 2026




