Gas, Hormuz e dipendenza: perché la riapertura dello Stretto non basta all’Europa

«Non ci sono soluzioni rapide sul lato dell’offerta.» Con questa constatazione, un’analisi di Chatham House pubblicata il 18 giugno 2026 ridimensiona l’euforia seguita all’accordo-quadro tra Washington e Teheran che promette di riaprire lo Stretto di Hormuz al transito delle navi. Secondo il think tank londinese, la vulnerabilità energetica europea è strutturale e precede la crisi: la guerra ha semplicemente accelerato tendenze già in atto.
Sul piano logistico, anche un’intesa duratura richiederà mesi prima che i flussi marittimi tornino a regime. Le compagnie di navigazione e di assicurazione devono convincersi della sicurezza del passaggio nel lungo periodo, e questa certezza resta lontana. Nel frattempo, le catene di approvvigionamento restano disorganizzate e i percorsi alternativi difficili da riprogrammare in tempi brevi.
Il nodo più rilevante riguarda il gas naturale liquefatto, LNG. Prima della guerra, il Qatar puntava a raddoppiare la propria capacità di esportazione entro il 2030 rispetto ai livelli del 2025, consolidandosi come secondo esportatore mondiale dopo gli Stati Uniti. I missili iraniani hanno invece distrutto circa un sesto della capacità di esportazione qatariota, un danno che potrebbe richiedere da tre a cinque anni per essere riparato. Alcuni progetti di espansione potrebbero non essere realizzati affatto: l’LNG proveniente dal Golfo incorporerà d’ora in poi un premio di rischio geopolitico legato alla possibilità di nuove chiusure dello Stretto.
Per l’Europa, questo significa un’ulteriore concentrazione della dipendenza verso Washington. Nel 2021 il 28% dell’LNG europeo proveniva dagli Stati Uniti; nel 2025 la quota era salita al 58%, e nel primo trimestre del 2026 aveva già raggiunto il 63%. Con il divieto europeo alle importazioni di gas russo atteso entro la fine del 2027, gli Stati Uniti potrebbero superare la Norvegia e diventare il principale fornitore complessivo di gas del continente, replicando il ruolo che la Russia aveva prima del 2022.
Questa dipendenza non è priva di conseguenze politiche. Washington ha esplicitato l’intenzione di usare le esportazioni energetiche come leva geopolitica, e un segnale concreto si è già visto: sotto pressione americana, l’UE starebbe ammorbidendo le proprie norme sulle emissioni di metano associate alla produzione di LNG.
Sul fronte dei prezzi, l’ottimismo dei mercati dopo l’accordo provvisorio ha fatto scendere le quotazioni di petrolio e gas, ma il prezzo europeo del gas difficilmente tornerà ai livelli pre-guerra. Le scorte continentali si attestano al 45%, contro una media stagionale del 55%, e la necessità di ricostituirle prima dell’inverno sosterrà la domanda per tutta l’estate e l’autunno. A complicare il quadro, acquirenti europei e asiatici si contendono gli stessi carichi di LNG disponibili — con la domanda asiatica destinata ad aumentare ulteriormente per effetto delle ondate di calore legate al fenomeno El Niño — alimentando una competizione al rialzo sui prezzi.
Nel medio termine, gli Stati Uniti prevedono di aumentare le esportazioni di LNG di quasi il 30% nel 2027 e di più che raddoppiarle entro il 2029, grazie a una massiccia espansione delle infrastrutture di esportazione. Questa crescita eserciterà pressioni al rialzo sui prezzi interni americani, approfondendo il legame tra i mercati statunitense, europeo e asiatico. La raccomandazione di fondo del think tank è che l’Europa concentri gli sforzi sulla riduzione della domanda, piuttosto che inseguire soluzioni sul lato dell’offerta che restano fuori dalla sua portata diretta.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale della Marina che ha pianificato scorte di carburante per una missione navale prolungata sa cosa significa avere i depositi al 45% a giugno: si entra nella stagione calda con un margine di manovra ridotto, e qualsiasi imprevisto — meteo, crisi politica, guasto infrastrutturale — si traduce immediatamente in pressione operativa. Per l’Italia, paese con un’industria manifatturiera ad alta intensità energetica e una posizione geografica che la espone direttamente alle rotte del Mediterraneo orientale, la dipendenza crescente dall’LNG americano non è solo una questione commerciale: incide sulla libertà di manovra diplomatica in sede europea e atlantica. Vale la pena chiedersi se la pianificazione energetica nazionale stia incorporando scenari di interruzione prolungata dello Stretto, o se si stia ancora ragionando come se Hormuz fosse un rischio residuale. La raccomandazione di Chatham House sulla riduzione della domanda è più facile da enunciare che da tradurre in politica industriale, ma è probabilmente l’unica leva su cui Roma può agire in autonomia.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 18 giugno 2026



