Annessione della Cisgiordania: non è questione di «mele marce»

Durante una missione in Cisgiordania nel febbraio 2026, una delegazione di parlamentari americani ha documentato l’avanzamento sistematico dell’annessione territoriale israeliana. Il quadro emerso sul terreno contraddice la narrativa ufficiale secondo cui gli episodi di violenza sarebbero opera di estremisti isolati: secondo l’analisi pubblicata dal Quincy Institute, si tratta invece dell’esecuzione di una strategia di lungo termine volta a frammentare la popolazione palestinese e impedire la formazione di uno Stato palestinese coeso.
I dati numerici illustrano l’accelerazione del processo. Nel solo 2025, Israele ha approvato 54 nuovi insediamenti in Cisgiordania, rispetto ai 14 autorizzati durante i quattro anni della presidenza Biden. Nello stesso anno sono stati istituiti 86 nuovi avamposti coloniali, formalmente illegali secondo la legislazione israeliana, cui il governo ha destinato milioni di shekel. Questi insediamenti fungono da basi operative per coloni radicali che lanciano attacchi contro i palestinesi: nel 2025 sono stati registrati oltre 1.800 episodi di violenza colona, il numero più alto mai documentato. Dall’inizio della guerra con l’Iran, la frequenza è salita a una media di sei attacchi al giorno, con sette palestinesi uccisi e decine di feriti.
La delegazione ha visitato villaggi come Ras ‘Ein al-‘Auja, dove 700 residenti erano fuggiti tre settimane prima dell’arrivo, e Fasa’il al-Wusta nella Valle del Giordano, dove sei famiglie su otto avevano abbandonato le proprie case. Due settimane dopo la visita, l’Esercito di difesa israeliano ha demolito la casa di una delle famiglie incontrate. Sessanta comunità palestinesi sono state sfollate dalla violenza colona dal 7 ottobre 2023.
Gli autori ricordano che questa strategia non è improvvisata. Nel 1981 il governo israeliano approvò un piano intitolato «Insediamento in Giudea e Samaria», redatto dal capo della Divisione Insediamenti del Congresso Mondiale Sionista, che esplicitamente mirava a «ridurre al minimo il pericolo di uno Stato arabo aggiuntivo» frammentando la popolazione minoritaria con insediamenti ebraici, impedendole «continuità territoriale e politica».
L’attuale coalizione di governo israeliana non conta alcun sostenitore della soluzione a due Stati. Ministri come Bezalel Smotrich promuovono apertamente l’«emigrazione volontaria» dei palestinesi. Sebbene il presidente Trump dichiari pubblicamente di opporsi all’annessione, sotto la sua amministrazione gli sforzi della destra israeliana si sono intensificati. Le forze di sicurezza israeliane mantengono il controllo totale nelle aree dove avvengono gli attacchi, eppure gli aggressori rimangono quasi sempre impuniti. Inoltre, molte unità di riserva dell’IDF schierate in Cisgiordania dal 7 ottobre provengono dagli stessi insediamenti coloniali, creando un conflitto di interessi strutturale.
Il rapporto conclude che l’annessione comporterebbe conseguenze gravi per Israele stesso—isolamento internazionale, erosione delle fondamenta democratiche, indebolimento della sicurezza—e per gli Stati Uniti, minacciando la stabilità della Giordania, compromettendo la credibilità americana nell’opporsi all’acquisizione di territorio con la forza, e vanificando i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita.
L’analisi del Quincy Institute documenta un fenomeno che gli analisti militari italiani riconoscono come «occupazione amministrativa progressiva»: non è conquista convenzionale, ma frammentazione territoriale che rende impossibile la continuità amministrativa e militare di un’entità statale avversaria. È una tattica che la storia europea conosce bene, e che oggi produce conseguenze destabilizzanti per l’intera regione mediterranea. La revoca trumpiana delle sanzioni contro i coloni violenti rappresenta un segnale geopolitico che va oltre il Medio Oriente: comunica ai governi regionali che gli impegni americani non sono vincolanti quando cambiano le amministrazioni.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 maggio 2026




