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Gaza in secondo piano mentre il conflitto iraniano paralizza i negoziati

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la guerra in Iran ha spostato l’attenzione della comunità internazionale dal processo di pace a Gaza, riducendo drasticamente le pressioni su entrambe le parti per avanzare verso la seconda fase del piano di pace in 20 punti dell’amministrazione Trump. In questa finestra di distrazione globale, le condizioni umanitarie si deteriorano, gli spazi per soluzioni politiche si restringono e misure temporanee rischiano di diventare strutturali.

Il passaggio dalla fase iniziale del cessate il fuoco alla seconda rappresentava già una sfida complessa, dato che comporta due questioni critiche: il disarmo di Hamas e il ritiro dell’esercito israeliano. Tuttavia, l’assenza di pressioni esterne ha permesso a entrambi gli attori di consolidare le proprie posizioni, con conseguenze pericolose per la stabilità territoriale.

Hamas rifiuta il disarmo proposto da Nickolay Mladenov, rappresentante speciale statunitense per Gaza, che collegava la dismissione delle armi agli sforzi di ricostruzione. I vertici di Hamas sostengono che non negozieranno la seconda fase finché Israele non implementi completamente la prima, incluso l’ingresso di aiuti umanitari ai livelli concordati. Inoltre, Hamas non vede incentivi a disarmarsi senza un quadro per l’istituzione di uno stato palestinese. A differenza di precedenti storici come l’Irlanda del Nord o il Sudafrica, non esiste un processo di pace all’orizzonte né una prospettiva politica per il movimento se depone le armi. Molti palestinesi, anche non simpatizzanti di Hamas, supporterebbero un percorso che mantenga un ruolo politico per il movimento nella governance palestinese, ma ciò è inaccettabile per Israele e escluso dal piano americano.

Israele, dal canto suo, ha introdotto ulteriori disincentivi al disarmo di Hamas appoggiando gruppi armati palestinesi rivali, come le Popular Forces vicino a Rafah, la Counterterrorism Strike Force presso Khan Younis e il gruppo Ashraf al-Mansi presso Gaza City, per condurre operazioni contro Hamas. Questi gruppi operano in territorio controllato da Hamas, dove vivono circa 2,2 milioni di civili palestinesi. La loro presenza fornisce a Hamas ulteriori ragioni per rifiutare il disarmo e, poiché sono percepiti come collaborazionisti, potrebbero paradossalmente rafforzare il sostegno a Hamas.

Sul fronte israeliano, il ritiro da Gaza appare altrettanto improbabile. Il piano Trump prevedeva il ritiro dell’esercito israeliano in concomitanza con il dispiegamento di una Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), ma l’adesione è stata lenta, con pochi paesi interessati. Finora solo cinque nazioni hanno confermato il loro coinvolgimento. Dopo il cessate il fuoco, le truppe israeliane occupano circa il 53 per cento della Striscia, demarcato dalla cosiddetta «Yellow Line». Recenti rapporti mostrano mappe militari israeliane che indicano una zona di controllo espansa, aggiungendo circa l’11 per cento ulteriore del territorio di Gaza. Queste linee di controllo rischiano di cristallizzarsi come confini de facto permanenti, in linea con la strategia israeliana di «zone cuscinetto» già adottata in Siria e Libano dopo gli attacchi del 7 ottobre.

Anche altre misure cruciali del cessate il fuoco rimangono bloccate, inclusi i passi di governance che potrebbero stabilizzare il territorio. La National Committee for the Administration of Gaza (NCAG), comitato transitorio palestinese istituito dalla Board of Peace, rimane basata al Cairo dal gennaio scorso, con i suoi 15 membri bloccati dall’ingresso nella Striscia. Bloccando l’accesso della NCAG mentre rifiuta un ruolo significativo all’Autorità Palestinese, Israele contribuisce a creare condizioni di anarchia apparente, rafforzando indirettamente Hamas impedendo l’emergere di alternative.

I conflitti in Iran e Libano hanno ulteriormente radicalizzato le posizioni. Per Hamas, la capacità del regime iraniano e di Hezbollah di sopravvivere a molteplici operazioni militari probabilmente incoraggia la sua postura di sfida. Per Israele, l’assenza di una vittoria decisiva in entrambi i teatri indurisce la posizione su Gaza e rimanda indefinitamente negoziati significativi sulla autodeterminazione palestinese.

L’analisi di Chatham House evidenzia un meccanismo di cristallizzazione: quando la pressione internazionale cala, le soluzioni provvisorie diventano permanenti. Per l’Italia e la NATO, questo solleva interrogativi sulla credibilità dei processi di pace regionali e sulla capacità di mantenere coerenza strategica quando l’attenzione mediatica si sposta altrove. La proliferazione di milizie armate israeliane in Gaza, inoltre, introduce un elemento di frammentazione che complica ulteriormente qualsiasi scenario di stabilizzazione, ricordando dinamiche già osservate in altri teatri di conflitto dove attori non statali proliferano in assenza di governance.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 maggio 2026

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