Iran e Stati Uniti: quarantasette anni di ostilità reciproca senza via d’uscita

Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute, gli attacchi americani e israeliani dell’inizio 2026 rappresentano il culmine di una traiettoria conflittuale lunga 47 anni tra Stati Uniti e Iran, caratterizzata da un’ostilità reciproca che ha resistito anche ai rari momenti di apertura diplomatica. L’articolo si basa su un’intervista con Shireen Tahmasebi Hunter, ex diplomatica iraniana e studiosa presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, che offre una prospettiva storica sulla genesi e la persistenza di questo stallo.
Hunter sottolinea che le grandi potenze non hanno mai considerato l’Iran come un alleato essenziale, bensì come uno stato da mantenere debole e dipendente. Anche sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, gli Stati Uniti non contribuirono significativamente all’industrializzazione iraniana, mentre fu l’Unione Sovietica a costruire il primo impianto siderurgico del paese. Questa dinamica ha generato in Iran una diffidenza strutturale verso tutte le grandi potenze, sebbene il paese sia rimasto diviso tra fazioni filorusse e filooccidentali.
Dopo la Rivoluzione del 1979, due fattori hanno perpetuato il deadlock: l’ostilità ideologica dei settori più radicali iraniani verso l’Occidente e l’insistenza americana su un Iran sostanzialmente subordinato. Hunter evidenzia come Washington abbia sistematicamente respinto le aperture dei presidenti moderati: Hashemi-Rafsanjani negli anni Novanta, Mohammad Khatami nel 2001 (quando l’Iran collaborò negli affari afghani e propose negoziati su tutti i dossier, incluso Hezbollah), e Hassan Rouhani con l’accordo nucleare del 2015. Ogni volta, gli Stati Uniti hanno scelto il confronto, rafforzando così i settori più intransigenti a Teheran.
Un elemento cruciale dell’analisi riguarda il ruolo della lobby pro-Israele nella politica estera americana. Hunter documenta come, a partire dalla presidenza Clinton, personalità filoisraeliane occupassero posizioni chiave nella formulazione della politica mediorientale, e come durante l’amministrazione George W. Bush i neoconservatori legati a Israele abbiano spinto per interventi militari, dall’Iraq del 2003 fino alle attuali pressioni su Teheran.
Quanto al rischio di frammentazione dell’Iran lungo linee etniche, Hunter respinge l’idea che separatismi azeri, curdi o turcomanni possano indebolire l’unità nazionale. Sebbene Turchia, Azerbaigian e Israele abbiano coltivato tali scenari (in particolare promuovendo il concetto di «Sud Azerbaigian»), nessuna minoranza iraniana possiede le risorse per formare entità indipendenti viabili. Gli iraniani, sostiene Hunter, condividono più elementi culturali tra loro che con qualsiasi paese esterno. Tuttavia, una guerra prolungata o tentativi attivi di frammentazione potrebbero minacciare seriamente l’unità territoriale e politica del paese.
Infine, Hunter analizza il ruolo russo: Mosca non desidera una riconciliazione tra Washington e Teheran, vedendo l’Iran più come rivale che come alleato. La guerra attuale serve gli interessi russi perché indebolisce economicamente gli Stati Uniti, li mantiene impegnati nel Medio Oriente e limita una politica americana più aggressiva verso la Russia, in particolare riguardo all’Ucraina.
L’analisi del Quincy Institute offre una lettura della crisi iraniana che un osservatore militare italiano non può ignorare: la persistente incapacità americana di negoziare con interlocutori moderati ha sistematicamente rafforzato i settori più radicali, creando una dinamica di escalation che beneficia soprattutto Mosca. Per l’Italia e la NATO, il messaggio è che una soluzione duratura nel Medio Oriente richiede una strategia di engagement differenziato, non il semplice allineamento alle priorità israeliane. La frammentazione dell’Iran, inoltre, comporterebbe rischi di instabilità regionale ben oltre il Golfo Persico, con implicazioni per la sicurezza europea che vanno oltre il dibattito atlantista.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 maggio 2026



