Oman tra Washington e Teheran: la neutralità del sultanato sotto pressione

Ventuno miglia di mare separano la penisola omanita di Musandam dalla costa iraniana nel punto più stretto dello Stretto di Hormuz. È da questa prossimità geografica — e dalla guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran — che nasce la crisi diplomatica analizzata dal Quincy Institute su Responsible Statecraft: Oman, mediatore storico tra Washington e Teheran, si trova oggi nel mirino dell’amministrazione Trump, che il 29 maggio ha minacciato di «farlo saltare in aria» se non si fosse allineato alle posizioni americane.
Il contesto è quello di uno Stretto di Hormuz di fatto chiuso dopo i raid statunitensi e israeliani del 28 febbraio contro l’Iran. Teheran, che ha subito danni ingenti, intende riaprire il passaggio marittimo mantenendo però una forma di controllo: inizialmente aveva parlato di pedaggi, poi — di fronte alle obiezioni giuridiche internazionali — ha riformulato la proposta come tariffe per servizi di navigazione, sicurezza e tutela ambientale. In questo quadro, l’Iran avrebbe discusso con Oman un accordo di gestione congiunta dello stretto, sfruttando la posizione del governatorato di Musandam, enclave omanita che confina con il fianco meridionale della via d’acqua.
Muscat non ha né confermato né smentito pubblicamente l’intesa. Il ministro dei trasporti omanita ha escluso in aprile un pedaggio puro, citando il diritto internazionale, ma il sultanato non ha chiuso la porta a un regime di tariffe per servizi. Secondo il New York Times del 21 maggio, Oman avrebbe in un primo momento respinto la proposta iraniana, per poi discutere una possibile divisione dei proventi. L’ambasciatore omanita a Washington ha invece assicurato al segretario al Tesoro Scott Bessent che non esistono «piani per pedaggi».
Il silenzio di Muscat riflette una posizione strutturale, non una scelta contingente. Il sultanato non ospita basi militari permanenti statunitensi e ha mantenuto canali aperti con Teheran per decenni: questa doppia apertura gli ha consentito di subire un volume di attacchi iraniani inferiore rispetto agli altri stati del Golfo durante il conflitto in corso. Il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi aveva peraltro firmato su The Economist, nelle prime settimane di guerra, un articolo in cui accusava Washington di aver «perso il controllo della propria politica estera» e descriveva le mosse di ritorsione iraniane come «l’unica opzione razionale disponibile».
A rendere più complessa la lettura americana, il sultano Haitham bin Tarik è stato l’unico capo di stato del Golfo a congratularsi con Mojtaba Khamenei per la nomina a guida suprema dell’Iran, dopo che il padre era stato ucciso nei raid israeliani.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede per Oman una crescita del 3,5% nel 2026, sostenuta dall’aumento del traffico portuale — la maggior parte della costa omanita si trova fuori dallo stretto — e dai prezzi elevati del petrolio. Un’adesione formale a un regime di tariffe non sarebbe quindi necessaria sul piano economico e contrasterebbe con la tradizione diplomatica del sultanato.
Il Qatar si muove su una linea simile: il vice primo ministro qatarino ha dichiarato da Singapore che Doha si oppone a tariffe permanenti, ma che un prelievo temporaneo per servizi specifici — come la bonifica da mine — è «negoziabile».
Secondo i ricercatori del Quincy Institute, la postura di Oman mira a costruire una formula che consenta all’Iran di rivendicare un risultato, agli Stati Uniti di non ammettere pubblicamente di aver ceduto su proprie linee rosse, e all’economia globale di ricevere garanzie sufficienti sulla riapertura dello stretto. Minacciare o isolare Muscat significherebbe, in questa lettura, privarsi di uno dei pochi intermediari che Teheran considera affidabile — proprio nel momento in cui Washington ne avrà bisogno per chiudere qualsiasi accordo.
La vicenda omanita offre uno spunto che un osservatore militare coglie con una certa immediatezza: la neutralità attiva di Muscat non è una postura ideologica, ma una dottrina di sicurezza nazionale costruita sulla geografia. Chi presidia entrambe le sponde di uno stretto non può permettersi di scegliere un solo interlocutore, pena l’esposizione diretta. È una logica che ricorda, in scala diversa, quella di alcuni stati rivieraschi del Mediterraneo orientale, costretti a bilanciare pressioni contrapposte senza la copertura di un’alleanza esclusiva. Vale la pena notare che le informazioni sull’accordo Oman-Iran provengono in larga parte da fonti iraniane, che hanno tutto l’interesse a proiettare un consenso non ancora formalizzato: separare ciò che è documentato da ciò che è rivendicato resta un esercizio necessario prima di trarre conclusioni operative. La minaccia di sanzioni «aggressive» da parte di Washington, se applicata, rischierebbe di ridurre ulteriormente lo spazio diplomatico disponibile in una fase in cui i canali di comunicazione indiretti sono già scarsi.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 giugno 2026



