Libano e Gaza, la testimonianza di un riservista IDF: «Una Nakba del 2026»

«La gente di Aitaroun tornerà a casa in una città che non esiste più. Questo metterà fine al ciclo, o ne sta aprendo uno molto, molto peggiore?» Con questa domanda si chiude la testimonianza di un riservista delle Israel Defense Forces (IDF) raccolta da Responsible Statecraft, il sito del Quincy Institute for Responsible Statecraft, e pubblicata l’11 giugno 2026. L’ex soldato — la cui identità e i cui dispiegamenti sono stati verificati dalla testata, mentre l’ambasciata israeliana a Washington non ha risposto alla richiesta di commento — ha combattuto in più conflitti israeliani negli ultimi decenni e ha preso parte a diversi turni in Libano dal 2023, inclusa l’attuale occupazione del sud del paese, oltre a un periodo a Gaza nell’estate del 2024.
Al centro del racconto c’è la demolizione del villaggio di confine di Aitaroun, nel sud del Libano, dove immagini satellitari datate alla fine di aprile 2026 mostrano quasi ogni edificio completamente raso al suolo. Il riservista descrive ordini espliciti di distruzione e una mappa delle abitazioni classificate come «infrastruttura terroristica». Tuttavia, i criteri di tale classificazione risultano, secondo la sua stessa descrizione, assai ampi: la presenza di fucili da caccia, fotografie di Hassan Nasrallah o Ruhollah Khomeini, o semplicemente una bandiera di Hezbollah esposta nelle strade erano sufficienti a far rientrare un’abitazione o un’intera area nella categoria. Il riservista stima di aver ispezionato tra le 15 e le 20 abitazioni, e di aver trovato armamenti pesanti — mitragliatrici PK, kalashnikov, esplosivi — solo in tre di esse.
Quanto alla motivazione dei soldati, il riservista non ricorre a eufemismi. Descrive un «senso di vendetta» diffuso tra i commilitoni già durante la prima fase dell’operazione a Gaza, ammettendo di averlo provato in prima persona. Lo stesso impulso, a suo dire, ha guidato le demolizioni nel sud del Libano: «La gente vuole distruggere per vendetta». Alla domanda se alcuni soldati manifestassero una vera e propria «sete di distruzione», risponde con un secco «100%».
A Gaza, dove prestava servizio come autista per un’unità medica nel corridoio di Netzarim — l’asse logistico che divide il territorio in due settori — il riservista riferisce di un commilitone che si vantava apertamente di aver ucciso tre persone che tentavano di attraversare la linea. L’episodio, che il riservista definisce «traumatizzante», sarebbe stato confermato da altri presenti; il soldato in questione fu trasferito altrove, ma il riservista non sa se sia stato formalmente incriminato.
La testimonianza si inserisce in un filone più ampio di dichiarazioni rese da soldati israeliani. Haaretz ha pubblicato in precedenza i resoconti di militari che descrivevano una «kill zone» nel corridoio di Netzarim dove chiunque entrasse veniva abbattuto. Il gruppo di veterani Breaking the Silence ha raccolto testimonianze analoghe, con soldati che riferivano ordini di sparare indiscriminatamente su chiunque si avvicinasse a determinate aree di Gaza. Più di recente, cinque soldati hanno dichiarato allo stesso quotidiano che nel sud del Libano la missione era «non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto», e che l’IDF si era comportata «come un esercito di vichinghi» dedito al saccheggio sistematico.
Il riservista si descrive come un israeliano di destra che «ha sempre votato a destra» e dichiara di sostenere entrambe le guerre. Ciononostante, è la combinazione di ciò che ha visto e di ciò che ha provato a spingerlo a parlare, nella speranza — o nel timore — che qualcuno si interroghi su dove stia portando questo ciclo di violenza.
Il commento di GrNet.it
La dottrina della «zona di sicurezza» nel sud del Libano ha precedenti ben noti nella storia militare israeliana, dall’occupazione del 1982 al ritiro del 2000: ogni volta, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili ha prodotto effetti opposti a quelli attesi sul piano della sicurezza a lungo termine. Ciò che questa testimonianza aggiunge al dibattito non è la novità dei fatti in sé, ma la provenienza della fonte: un riservista di destra, non un dissidente, che descrive criteri di targeting estremamente estesi e una componente motivazionale difficile da ricondurre alla sola necessità operativa. Per le forze armate italiane impegnate in UNIFIL nel settore ovest del Libano meridionale, la questione non è astratta: operare in un’area dove le regole di ingaggio di un’altra forza definiscono «infrastruttura terroristica» sulla base di simboli o armi da caccia pone problemi concreti di coordinamento e di responsabilità giuridica. Vale la pena chiedersi se i canali NATO e ONU stiano affrontando con sufficiente chiarezza la sovrapposizione tra le aree di operazione IDF e quelle dei contingenti internazionali.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 11 giugno 2026




