Pechino ridisegna l’ordine globale, ma evita di pagarne il conto

«Il mondo dovrebbe muoversi verso un ordine genuinamente multipolare»: con questa premessa, il 17 giugno 2026 Pechino ha pubblicato un documento di 45 pagine intitolato More Just and Equitable Global Governance: China’s Principles, Proposals and Actions. Chatham House ne ha analizzato la portata, concludendo che il testo segna un passaggio nella postura cinese: da partecipante del sistema internazionale esistente ad aspirante architetto di un ordine alternativo.
Il libro bianco articola tre proposizioni connesse: la necessità di un ordine multipolare più sostanziale, il mantenimento delle Nazioni Unite come istituzione centrale della governance globale, e una maggiore influenza del cosiddetto Global South nella definizione delle regole internazionali. Il documento integra sviluppo, sicurezza, cultura, tecnologia e riforma istituzionale sotto un unico quadro concettuale, consolidando temi diplomatici che Pechino porta avanti da anni.
La tempistica non è casuale. Il libro bianco è uscito in coincidenza con la pubblicazione delle prescrizioni del G7 sugli affari globali, in un momento in cui Washington appare meno disposta ad accollarsi i costi della leadership internazionale. Le divisioni politiche interne, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso il diritto internazionale e un approccio alla politica estera giudicato discontinuo hanno aperto uno spazio che Pechino intende occupare sul piano retorico e normativo.
A differenza delle potenze emergenti del passato che puntavano a smantellare le istituzioni esistenti, la Cina sostiene che l’ONU rimanga indispensabile. L’obiettivo dichiarato non è sostituire l’architettura post-1945, ma riequilibrarla per riflettere il peso demografico ed economico dei paesi in via di sviluppo. Il messaggio ai paesi del Global South è che Pechino ne è insieme membro e rappresentante, e che la riforma della governance deve estendersi dalla sfera economica a quella della sicurezza e della tecnologia.
Questo posizionamento incontra consensi reali: molti paesi in via di sviluppo lamentano da tempo che le istituzioni finanziarie internazionali e i processi di elaborazione delle regole restino dominati dalle economie avanzate. L’enfasi cinese su inclusività e rappresentanza risponde a frustrazioni diffuse, ben oltre la cerchia dei partner più vicini a Pechino.
Tuttavia, il documento presenta una contraddizione rilevante. Ogni grande potenza che ha plasmato un ordine internazionale ha sostenuto costi finanziari considerevoli: il Piano Marshall, le garanzie di sicurezza, il finanziamento delle istituzioni multilaterali. Il libro bianco cinese è notevolmente vago su questo fronte: parla di principi, cooperazione e riforma istituzionale, ma non annuncia impegni finanziari di rilievo.
Gli analisti di Chatham House collegano questa reticenza al contesto economico interno: la crescita più lenta e la priorità assegnata allo sviluppo tecnologico nazionale hanno ridotto la propensione di Pechino a finanziare iniziative estere su larga scala. L’era degli investimenti governativi massicci nella Belt and Road Initiative si è chiusa, sostituita da un approccio più selettivo orientato a progetti mirati.
Ne emerge una Cina che occupa lo spazio diplomatico lasciato dal ritiro americano, ma senza assumere i costi tradizionalmente associati alla leadership egemonica. Secondo il think tank londinese, questo potrebbe essere esattamente ciò che Pechino vuole: non un «Piano Marshall 2.0», non garanzie di sicurezza illimitate, ma un’influenza di tipo normativo — la capacità di ridefinire i principi con cui vengono governati e distribuiti i beni pubblici globali, senza necessariamente produrli in prima persona.
Il commento di GrNet.it
Un documento di 45 pagine pubblicato senza nuovi impegni finanziari quantificati è, per un pianificatore strategico, un segnale preciso: Pechino punta a modificare le regole del gioco prima ancora di disporre degli strumenti per imporle. Per l’Italia, che siede nei principali consessi multilaterali — G7, NATO, ONU — questa distinzione tra potere normativo e potere materiale ha implicazioni concrete: una riforma delle istituzioni internazionali guidata da Pechino potrebbe ridisegnare le procedure di voto e i criteri di rappresentanza in sedi dove Roma esercita oggi un peso sproporzionato rispetto alla sua dimensione demografica. Vale la pena chiedersi se la risposta europea a questa pressione normativa sia coordinata o frammentata, perché nel secondo caso il libro bianco cinese troverà terreno più fertile di quanto i suoi autori si aspettino. La questione non è se la Cina diventerà egemone nel senso americano del termine, ma se riuscirà a spostare abbastanza il centro di gravità delle norme internazionali da rendere più costoso, per i paesi occidentali, difendere le regole esistenti.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 24 giugno 2026




