Il vertice Trump-Xi: può l’Iran diventare terreno di intesa tra superpotenze

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, il vertice tra il presidente Trump e il presidente Xi Jinping a Pechino rappresenta un momento critico per gli equilibri globali. L’amministrazione Trump ha finora adottato politiche che hanno rafforzato la posizione della Cina: cancellazione dei sussidi alle tecnologie pulite dell’era Biden, dazi su alleati come Vietnam e India, messa in discussione del ruolo della NATO e allineamento con la Russia sulla questione ucraina.
Nel corso dell’ultimo anno, Pechino ha consolidato il suo vantaggio tecnologico e manifatturiero. In ottobre 2025, Trump è stato costretto a fare marcia indietro sui dazi dopo che la Cina ha minacciato di trattenere minerali critici. Nel marzo 2026, il governo di Xi ha pubblicato il suo ultimo piano quinquennale, delineando strategie per dominare la manifattura avanzata mondiale. L’unica eccezione rimane l’intelligenza artificiale di frontiera.
Gli alleati americani temono che Trump cerchi vittorie di breve termine—vendite di soia, sorgo e aerei Boeing—in vista delle elezioni di midterm di novembre, sacrificando interessi strategici di lungo periodo. L’analista avverte che il presidente dovrebbe resistere a questa tentazione. Questioni cruciali per la stabilità mondiale sono in gioco: le tensioni sino-giapponesi si intensificano e rappresentano un possibile punto di crisi persino più probabile di Taiwan. L’assertività cinese nei mari della Cina orientale e meridionale preoccupa Filippine e Corea del Sud, quest’ultima che dibatte apertamente l’acquisizione di armi nucleari.
Pechino inoltre rivendica lo status di «nazione prossima all’Artico», segnalando ambizioni sia minerarie che militari in quella regione. Nello spazio, la capacità cinese di bloccare o distruggere satelliti altrui cresce rapidamente. La questione più immediata rimane il conflitto in Iran: il mondo necessita di una soluzione e la Cina possiede influenza su Teheran che finora ha scelto di non esercitare.
L’analisi sottolinea che Trump dovrebbe prioritizzare la cooperazione sull’intelligenza artificiale: sia Washington che Pechino riconoscono crescenti minacce derivanti dalla tecnologia, oltre alle sue opportunità trasformative. Wang Yi, massimo diplomatico cinese, ha già chiesto l’apertura dello Stretto di Hormuz «al più presto» nei colloqui con l’omologo iraniano. I paesi asiatici, inclusa la Cina, sono stati tra i più colpiti dall’interruzione di forniture di petrolio, gas, fertilizzanti ed elio. Tuttavia, Pechino avrà probabilmente aspettative di compensi americani prima di esercitare la sua leva su Teheran.
L’analisi di Chatham House tocca un punto operativo cruciale: la gestione dello Stretto di Hormuz non è questione astratta per l’Italia e l’Europa, ma riguarda direttamente i flussi energetici e le catene di approvvigionamento del nostro continente. Se Trump e Xi trovassero un’intesa sulla riapertura del passaggio, gli effetti si propagherebbero immediatamente sui mercati globali e sulla nostra sicurezza energetica. Tuttavia, il rischio che l’amministrazione americana baratti concessioni su Taiwan o su questioni indo-pacifiche per guadagni commerciali di breve termine comporterebbe squilibri regionali con cui l’Europa e la NATO dovrebbero poi confrontarsi. L’assenza di chiarezza americana sui veri obiettivi del vertice suggerisce che la preparazione diplomatica potrebbe non essere all’altezza della complessità in gioco.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 11 maggio 2026




