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Irlanda unita, chi ne difenderebbe i cieli e le coste

Chi difenderebbe un’Irlanda unificata, e con quali mezzi? Alla domanda, posta implicitamente dal dibattito politico riacceso dalle recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump a Dublino, un’analisi di Philip Hamilton pubblicata da RUSI (Royal United Services Institute) risponde che non esiste, al momento, alcuna risposta, perché nessuno dei due governi ha svolto il lavoro tecnico necessario.

Il test statutario previsto dallo Schedule 1 del Northern Ireland Act 1998 resta lontano dall’essere soddisfatto: i sondaggi più recenti in Irlanda del Nord indicano il 35,8% a favore dell’uscita dal Regno Unito contro il 49,7% per il mantenimento dell’unione. Sul piano formale, dunque, nulla è cambiato. Ma la presidente irlandese Catherine Connolly, eletta a ottobre con il 63,4% delle prime preferenze, il mandato più ampio mai registrato per la carica, ha fatto campagna per l’unificazione definendo il ruolo della NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) come «guerrafondaio» e opponendosi alla militarizzazione europea.

Il nodo strategico, sottolinea l’autore, è che l’Irlanda del Nord rientra oggi nell’area del Trattato secondo l’Articolo 6 solo in quanto parte del Regno Unito: una riunificazione ridurrebbe per la seconda volta in 77 anni il territorio coperto dall’Alleanza, dopo il precedente dell’indipendenza algerina del 1962, gestito allora semplicemente ignorando la questione senza modificare il Trattato.

Il rapporto documenta con dati puntuali le carenze attuali delle Defence Forces irlandesi: 7.756 effettivi a fine 2025 contro un organico previsto di 9.739, otto scafi navali di cui solo quattro equipaggiabili e due effettivamente dispiegabili a settembre, nessuno dotato di radar di scoperta aerea. L’Air Corps non dispone di velivoli da combattimento né di intercettori, e lo Stato non possiede un radar primario proprio: un pilota in atterraggio a Dublino ha segnalato l’8 settembre un drone a circa 10 miglia da Howth, senza che il controllo del traffico aereo ne rilevasse traccia radar. La spesa per la difesa si attesta a circa 1,2 miliardi di euro annui, la quota più bassa rispetto al GNI* (reddito nazionale lordo modificato) tra tutti i paesi dell’Unione Europea.

Il testo ricorda episodi recenti che rendono tangibile il problema: quattro droni «di tipo militare» hanno violato la no-fly zone durante la visita a Dublino del presidente ucraino Zelensky a dicembre; a fine giugno una fregata francese con i transponder spenti ha operato al largo di Howth fornendo copertura radar, mentre gli equipaggi irlandesi hanno dovuto ricevere radio tattiche in prestito, non disponendo di apparati conformi agli standard NATO. All’inizio di settembre una fregata Type 23 della Royal Navy e un elicottero Merlin britannici hanno garantito la difesa aerea per un incontro dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’UE nel Wicklow.

Al di là dell’hardware, l’analisi individua un problema più profondo e meno risolvibile con gli acquisti: le reti di intelligence. Il controterrorismo legato all’Irlanda del Nord ha assorbito circa il 16% delle risorse del Security Service britannico nel 2024, e non esiste un’istituzione irlandese pronta a ereditarne le funzioni, che secondo l’autore difficilmente sopravvivrebbero a un cambio di sovranità.

Il commento di GrNet.it

Sette navi su otto non pienamente equipaggiate, zero radar primari, sei sistemi di difesa aerea con gittata massima di 9 km: sono numeri che un pianificatore militare legge diversamente da un politico, perché misurano non intenzioni ma capacità reali di sorveglianza e reazione in un tempo dato. Per un ufficiale italiano il parallelo che viene naturale è con la fase di passaggio di consegne territoriali dove la continuità operativa, non quella politica, decide se uno spazio aereo resta effettivamente presidiato. Il caso irlandese interessa Roma non per l’esito del referendum, ma per il principio che l’analisi mette a nudo: la sovranità formale su cieli e acque non coincide automaticamente con la capacità di difenderli, e i tempi di acquisizione decennali di radar e caccia non si comprimono per decreto politico. Vale la pena osservare come anche un dossier apparentemente periferico per il Mediterraneo riveli la stessa lezione che riguarda ogni Stato membro dell’Alleanza: la deterrenza si costruisce con anni di continuità istituzionale, non si trasferisce con un cambio di bandiera.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 13 settembre 2026

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