Iran-USA: i sessanta giorni per costruire un accordo duraturo

Può un memorandum d’intesa firmato dopo mesi di scambi militari diventare la base di una stabilità duratura tra Stati Uniti e Iran? È la domanda al centro di un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, a firma di Tom Pickering, che esamina le condizioni necessarie affinché i sessanta giorni di negoziato previsti dall’accordo producano risultati strutturali e non si esauriscano in una tregua temporanea.
Il memorandum prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana, ma il documento stesso riconosce che Teheran difficilmente cederà il controllo strategico su un passaggio che ricade in larga parte nelle sue acque territoriali. L’intesa impegna Iran, Oman e altri stati del Golfo Persico a sviluppare un accordo più ampio sulla gestione dello Stretto, lasciando aperta la possibilità di formalizzare arrangiamenti condivisi senza che Teheran rinunci alla propria sovranità. Il memorandum include anche l’impegno degli Stati Uniti e dei partner regionali a elaborare un piano da almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran.
Per evitare che l’Iran imponga pedaggi unilaterali sul transito, il rapporto propone un meccanismo supervisionato dalle Nazioni Unite, finanziato attraverso sovrattasse limitate su tutte le esportazioni di petrolio, gas e fertilizzanti a base petrolifera che transitano verso sud attraverso Hormuz. Secondo le stime degli autori, tali sovrattasse potrebbero generare fino a 80 miliardi di dollari annui, con un impatto contenuto sui mercati globali. Un’agenzia internazionale di gestione garantirebbe la trasparenza e impedirebbe che i fondi vengano destinati a spese militari.
Sul fronte nucleare, il negoziato dovrà affrontare lo stock di uranio arricchito al 60%, che andrebbe diluito fino a un massimo del 3,67% di U-235, la soglia necessaria per il combustibile dei reattori civili. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dovrebbe ottenere accesso ampliato a tutti i siti in cui esistono prove di attività nucleari non dichiarate. Il rapporto propone inoltre la creazione di un consorzio regionale per l’energia nucleare civile, aperto all’Iran e ai paesi arabi partecipanti, con produzione, gestione e controllo condivisi.
Gli autori escludono che Teheran accetti lo smantellamento permanente della propria infrastruttura nucleare civile, che considera una deterrenza contro attacchi futuri. Il negoziato dovrebbe quindi puntare meno allo smantellamento e più alla trasparenza e alla verifica.
Il testo dedica ampio spazio al ruolo delle potenze medie regionali. Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Oman, Qatar ed Egitto vengono indicati come mediatori e partner di sicurezza emergenti, capaci di costruire un equilibrio regionale fondato sulla gestione dei conflitti piuttosto che sulla proiezione militare. Il rapporto propone l’istituzione di un tavolo negoziale permanente con segretariato stabile, strutturalmente più solido di qualsiasi architettura imposta da Washington.
Israele rimane un nodo irrisolto. Né Israele né l’Iran accetterebbero di partecipare pubblicamente a strutture regionali nella fase attuale; canali riservati sarebbero indispensabili per far maturare le condizioni. Le elezioni israeliane dell’ottobre 2026 potrebbero aprire spazio a misure di riduzione del rischio di errore di calcolo, eventualmente mediate da Oman. Un quadro di non aggressione più ampio — che colleghi i vincoli nucleari iraniani a garanzie di sicurezza per Israele, Libano e Siria — è descritto come concepibile solo in una fase conclusiva, subordinata a progressi verso la statualità palestinese e alla stabilizzazione del Libano.
Il commento di GrNet.it
La proposta di un meccanismo ONU sullo Stretto di Hormuz richiama, per struttura, i regimi internazionali di gestione delle vie d’acqua strategiche già sperimentati nel Novecento — dal Canale di Suez alla Convenzione di Montreux — con esiti molto diversi a seconda del grado di adesione delle potenze regionali. Vale la pena separare ciò che il memorandum documenta in modo verificabile — la riapertura dello Stretto, l’impegno a negoziare — da ciò che rimane una proposta degli autori, come il fondo da 80 miliardi annui o il consorzio nucleare regionale, elementi che non risultano ancora oggetto di accordo formale. Per l’Italia, paese con interessi energetici e commerciali rilevanti nel Golfo e presenza navale nell’area, la questione non è astratta: un regime stabile sullo Stretto ridurrebbe la variabile di rischio su rotte che incidono direttamente sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Il ruolo attribuito alle potenze medie — e in particolare a Turchia e Qatar, con cui Roma intrattiene relazioni complesse — merita attenzione, perché un’architettura regionale costruita senza guida americana ridisegnerebbe anche gli spazi di influenza italiana nel Mediterraneo allargato.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 giugno 2026




