Sudan: le armi straniere alimentano la guerra, ma manca la volontà politica di fermarle

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la guerra in Sudan persiste non per ragioni puramente domestiche, ma perché attori internazionali continuano a rifornire di armi, finanziamenti e supporto logistico i due principali contendenti: le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF). A tre anni dall’inizio del conflitto, la crisi umanitaria rimane la peggiore al mondo secondo l’ONU, con 14 milioni di sfollati.
La Conferenza di Berlino dell’aprile 2026 ha raccolto 1,5 miliardi di euro in aiuti umanitari e ha prodotto i Principi di Berlino per il Sudan, il più esplicito appello multilaterale finora rivolto ai sostenitori esterni affinché cessino il loro supporto. Tuttavia, il documento non ha imposto meccanismi di enforcement, non ha nominato i finanziatori e non ha escluso che i belligeranti possano controllare la transizione verso la pace. Anche il Quad – gruppo composto da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha fallito nel suo mandato: la sua tabella di marcia di settembre mancava di strumenti coercitivi ed è stata respinta dalla SAF.
Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nel sostenere la guerra rimane il più documentato e consequenziale. Inchieste del Wall Street Journal, rapporti di Amnesty International e documentazione ONU attestano trasferimenti di armi avanzate, inclusi sistemi di droni cinesi, verso la RSF. Abu Dhabi nega fermamente e non ha affrontato censure formali. Anche la Turchia avrebbe fornito sistemi di droni Bayraktar alle SAF, mentre l’Iran è accusato di aver fornito droni alle SAF – accuse entrambe negate. Gli attacchi con droni in Sudan sono aumentati vertiginosamente, rappresentando oltre l’80 per cento di almeno 880 morti civili documentati tra gennaio e aprile 2026.
Attori regionali giocano un ruolo cruciale. L’Egitto sostiene pubblicamente l’integrità territoriale sudanese mentre appoggia le SAF e ha integrato le sue reti commerciali nell’economia di guerra della SAF. L’Eritrea ha ospitato e addestrato milizie pro-SAF, mentre l’Etiopia ha permesso l’uso del suo territorio per addestrare combattenti RSF. La Libia e il Chad fungono da corridoi di approvvigionamento per la RSF. Il Kenya ha ospitato rappresentanti RSF che hanno annunciato la formazione di un governo parallelo.
L’analisi di Chatham House sottolinea che la guerra ha generato una logica economica auto-sostenente, con l’oro come tessuto connettivo, esportato attraverso corridoi informali in Africa orientale. Ciò che il Sudan necessita è una «deproxificazione»: l’interruzione coordinata di ogni rotta di armi, spedizione d’oro e corridoio logistico. Gli Stati Uniti detengono la leva maggiore ma non hanno mostrato la volontà di usarla. Sanzioni contro gli Emirati potrebbero imporre costi reali, ma Washington esita: considera le buone relazioni con Abu Dhabi essenziali per la sua politica su Gaza, Iran e gli Accordi di Abramo.
L’analisi di Chatham House espone un paradosso che un militare riconosce immediatamente: la diplomazia senza enforcement è solo teatro. Il fallimento del Quad e dei Principi di Berlino nel nominare i finanziatori e nel prevedere conseguenze concrete riflette una dinamica ricorrente nella gestione dei conflitti africani: la riluttanza occidentale a sacrificare interessi strategici regionali per coerenza normativa. Per l’Italia, membro NATO e partner del Mediterraneo, la lezione è che la stabilità sudanese dipende dalla capacità dell’Occidente di esercitare pressione coordinata su alleati scomodi come gli Emirati, non da dichiarazioni di principio.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 20 maggio 2026



