FCAS verso il naufragio: l’Europa dei caccia di sesta generazione resta divisa

Quattro programmi di caccia di nuova generazione in parallelo, nessuno ancora in volo, e risorse nazionali che si assottigliano invece di convergere. È il quadro che emerge da un’analisi di Chatham House pubblicata l’8 giugno 2026, secondo cui la crisi del Future Combat Air System (FCAS) — il programma franco-tedesco-spagnolo — potrebbe rivelarsi un’occasione per rimettere ordine nell’industria della difesa aerea europea, a patto che i governi abbiano la volontà politica di farlo.
Il FCAS nasce tra il 2017 e il 2019 su impulso del presidente Emmanuel Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel, con l’obiettivo di sviluppare un sistema d’arma di sesta generazione — non solo un velivolo, ma un «combat cloud» e sistemi a pilotaggio remoto integrati. Fin dall’inizio, però, la collaborazione tra i partner industriali Airbus e Dassault si è incagliata sulla ripartizione dei pacchetti di lavoro. Più scadenze sono passate senza accordo, e sia Airbus sia Dassault hanno evocato pubblicamente la possibilità di procedere in autonomia. L’8 giugno il Financial Times ha riportato che la Germania ha comunicato alla Francia l’intenzione di ritirarsi dalla componente caccia, mantenendo la cooperazione solo sul cloud e sui sistemi senza pilota.
Alla radice del disaccordo c’è una divergenza di requisiti operativi difficile da colmare: la Francia ha bisogno di un velivolo in grado di trasportare armi nucleari e di operare dal ponte della portaerei Charles de Gaulle, in sostituzione del Rafale che svolge parte della missione nucleare nazionale. La Germania, invece, cerca un caccia convenzionale senza capacità imbarcate. Sviluppare due aeromobili distinti — eventualmente con nuovi partner — preservando la cooperazione sul cloud potrebbe essere tecnicamente praticabile, ma vanificherebbe gran parte dei risparmi che giustificavano la collaborazione.
Il panorama è ulteriormente frammentato dalla presenza di altri tre programmi europei concorrenti. Il Global Combat Air Programme (GCAP), avviato nel dicembre 2022 da Regno Unito, Giappone e Italia, appare oggi su basi più solide dal punto di vista della governance, sebbene il Tesoro britannico nutra preoccupazioni sui costi legati alla natura multinazionale del progetto. Saab ha annunciato lo sviluppo di un successore del Gripen — il cui appeal è cresciuto dopo che l’Ucraina lo ha scelto come spina dorsale della propria forza aerea, apprezzandone la capacità di operare in condizioni difficili e da piste improvvisate. La Turchia, membro NATO, sta a sua volta sviluppando un caccia stealth di nuova generazione.
Nel frattempo, Regno Unito, Italia, Germania e altri paesi europei continuano ad acquistare l’F-35 americano: il Regno Unito ha recentemente confermato l’acquisto della variante F-35A, con capacità nucleare, in aggiunta agli F-35B già ordinati; la Germania starebbe valutando ulteriori acquisizioni dello stesso velivolo proprio mentre il FCAS si inceppa.
Il rischio, secondo i ricercatori di Chatham House, è che l’Europa ripeta gli errori degli anni Novanta, quando Eurofighter Typhoon, Rafale e Gripen nacquero come programmi separati in un contesto strategico in cui la dipendenza dagli Stati Uniti sembrava un lusso sostenibile. Oggi, con la minaccia russa concreta e l’impegno americano verso l’Europa meno scontato, la logica del programma multiplo — pensato per distribuire commesse industriali, alimentare il prestigio nazionale e conquistare mercati export — appare difficilmente difendibile. Se i paesi europei non riuscissero a produrre un’alternativa all’F-35, si troverebbero a dipendere da Washington per una componente essenziale della propria difesa aerea almeno fino agli anni Quaranta.
Il rapporto indica nelle cosiddette potenze «E3» — Regno Unito, Francia e Germania — i soggetti che dovrebbero almeno tentare di convergere su un unico sistema, qualora Svezia e Turchia non fossero disponibili a partecipare. Ma la vicenda FCAS mostra anche i limiti degli strumenti di cui i governi dispongono per orientare industrie che preferiscono percorrere strade proprie.
La vicenda FCAS ripropone una tensione strutturale che chi ha lavorato nei programmi di acquisizione conosce bene: i requisiti operativi nazionali — nel caso francese, la deterrenza nucleare e le operazioni imbarcate — tendono a prevalere sulla logica del consorzio non appena si entra nella fase di definizione tecnica dettagliata. Per l’Italia, impegnata nel GCAP insieme a Regno Unito e Giappone, la frammentazione del panorama europeo non è necessariamente uno svantaggio competitivo nel breve periodo, ma pone una domanda di fondo sulla sostenibilità finanziaria di un programma di questa complessità senza una massa critica continentale più ampia. Vale la pena osservare che la scelta ucraina del Gripen — motivata da requisiti operativi molto specifici, come la capacità di operare da piste non preparate — dimostra come le esigenze di guerra ad alta intensità stiano ridisegnando le priorità dell’export, con effetti che potrebbero riflettersi anche sulle specifiche dei programmi futuri. La domanda che rimane aperta, e che l’analisi di Chatham House pone senza rispondervi, è se i governi europei abbiano oggi più leva sulle proprie industrie rispetto agli anni Novanta, o se la storia stia semplicemente ripetendosi con attori diversi.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026



