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La Corea del Sud nella strategia europea delle batterie: alleato contro la dipendenza cinese

Secondo un’analisi dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), la Corea del Sud rappresenta un partner strategico fondamentale per l’Europa nel ridurre la dipendenza dalla Cina nel settore delle batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le batterie sono centrali nel raggiungimento dell’obiettivo europeo di neutralità climatica entro il 2050, con l’Unione europea destinata a diventare il secondo mercato mondiale di celle per EV in questo decennio, dopo la Cina.

Il problema strutturale è la concentrazione cinese: Pechino produce l’80% delle celle batterie globali e controlla il 94% della produzione mondiale di batterie al litio-ferro-fosfato (LFP), la tecnologia sempre più preferita dai costruttori automobilistici. La Cina domina anche la raffinazione di materiali critici, controllando il 65% del litio, il 75% del cobalto e oltre il 90% della grafite a livello mondiale. Nel settembre 2025, Pechino ha imposto controlli all’esportazione su tecnologie LFP di nuova generazione e materiali precursori, dimostrando la volontà di usare questa dipendenza come leva di coercizione economica.

La Corea del Sud emerge come alternativa credibile. I tre principali produttori sudcoreani—LG Chem, Samsung SDI e SK On—detengono il 20% della quota di mercato globale, posizionando il paese come secondo produttore mondiale dopo la Cina. In Europa, le aziende coreane rappresentano il 78% della capacità produttiva installata di batterie, seguita da aziende europee (13%) e cinesi (8%). Tuttavia, i produttori sudcoreani hanno perso quota di mercato negli ultimi anni, scendendo dal 78% nel 2022 al 30% nel 2025, principalmente a causa della crescente preferenza per le batterie LFP a basso costo, dove la Cina domina quasi completamente.

A differenza dei concorrenti europei, i produttori sudcoreani stanno attivamente diversificando le loro catene di approvvigionamento dalla Cina. Aziende come POSCO Future M, EcoPro BM, LG Chem e L&F stanno costruendo impianti domestici per produrre catodi, anodi e loro precursori, riducendo la dipendenza dai materiali cinesi. Questi investimenti sono stati in parte stimolati da pressioni normative statunitensi, in particolare dall’Inflation Reduction Act e dalle regole sulle «Foreign Entity of Concern», che limitano i crediti fiscali per prodotti con contenuto cinese significativo.

L’ECFR suggerisce che l’Europa può sfruttare la sua domanda proiettata di batterie (fino a 1,3 TWh entro il 2030) per attrarre maggiori investimenti sudcoreani. L’Industrial Accelerator Act (IAA) della Commissione europea rappresenta un passo in questa direzione, introducendo requisiti di «origine dell’Unione» negli appalti pubblici e nei regimi di sussidio. Grazie all’accordo di libero scambio UE-Corea del Sud, le celle e i materiali prodotti in Corea sarebbero considerati «equivalenti all’origine dell’Unione», creando incentivi per i produttori sudcoreani a aumentare la produzione di materiali precursori. Tuttavia, l’analisi avverte che il rischio risiede nel fatto che le aziende potrebbero semplicemente aumentare la produzione domestica senza trasferirla in Europa, limitando i benefici occupazionali e il trasferimento tecnologico. La continuità delle politiche europee di transizione verde rimane cruciale per mantenere l’attrattività dell’Europa come destinazione di investimento.

Per l’Italia e la NATO, questa analisi dell’ECFR sottolinea un aspetto spesso sottovalutato della resilienza strategica europea: la sicurezza della filiera energetica non è meno critica della sicurezza militare tradizionale. La dipendenza dalle batterie cinesi rappresenta un vettore di vulnerabilità economica che potrebbe compromettere la capacità dell’Alleanza di sostenere la transizione energetica delle sue economie. Il partenariato con la Corea del Sud, già presente in Europa con significativi investimenti infrastrutturali, offre un’alternativa credibile, ma richiede coerenza politica europea nel mantenere incentivi stabili e prevedibili—un elemento dove l’Italia, come membro dell’UE, ha responsabilità diretta nel non indebolire gli impegni verdi attraverso marce indietro normative.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 6 maggio 2026

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