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La guerra con l’Iran ridisegna il Medio Oriente e apre spazi per Ankara

Tre nuove linee di forza stanno ridefinendo il posizionamento regionale della Turchia: la cooperazione nel settore della difesa con i paesi del Golfo, il ridisegno delle rotte commerciali e la formazione di inediti raggruppamenti diplomatici. È quanto emerge da un’analisi di Chatham House pubblicata il 4 giugno 2026, che esamina le ricadute del conflitto con l’Iran sull’equilibrio mediorientale e sul ruolo di Ankara.

Lo scenario peggiore per la Turchia restava — e resta — quello di un collasso statale dell’Iran indotto da Israele, con il sostegno statunitense. Un simile esito avrebbe aperto la strada a conflitti per procura, a una crisi dei rifugiati e alla frammentazione territoriale, riportando in primo piano la questione curda. Finora, la tenuta iraniana ha impedito che questo scenario si materializzasse.

Ankara nutre tuttavia una preoccupazione parallela: le nuove regole di transito imposte dall’Iran nello Stretto di Hormuz, che attribuirebbero a Teheran un’influenza significativa sulla sicurezza e sull’economia degli stati del Golfo. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha chiesto pubblicamente il ripristino dello status quo anteguerra nello Stretto, avvertendo che la nuova regolamentazione potrebbe diventare una fonte ulteriore di conflitto. Secondo il rapporto, Ankara ritiene inoltre che le mosse iraniane spingeranno i paesi del Golfo a rafforzare i legami con Washington e Tel Aviv.

Sul fronte dell’industria della difesa, il conflitto ha riportato la sicurezza al centro delle agende del Golfo. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, GCC, considera gli Stati Uniti indispensabili ma al tempo stesso inaffidabili e coercitivi: una contraddizione che non lascia margini per un abbandono dell’ombrello americano, ma alimenta la ricerca di partnership alternative. La Turchia — con un’industria della difesa in espansione e relazioni distese con Washington e con il presidente Donald Trump — si trova in una posizione favorevole per ampliare la cooperazione con i paesi del Golfo. Il think tank londinese argomenta che tale cooperazione non si limiterà all’acquisto di armi o sistemi drone turchi, ma includerà probabilmente accordi di coproduzione, investimenti congiunti e trasferimenti tecnologici.

Sul piano della connettività, la crisi di Hormuz ha accelerato il dibattito sul ridisegno dei corridoi commerciali. La Turchia è già parte centrale di due progetti strategici: l’Iraq Development Road e il Middle Corridor. Il rapporto evidenzia che l’inclusione della Siria nel primo progetto offrirebbe un accesso più diretto al Mediterraneo, mentre il coinvolgimento dell’Armenia nel secondo rafforzerebbe il processo di normalizzazione in corso tra Turchia, Azerbaigian e Armenia. Desta interesse anche il progetto della ferrovia Hejaz, un corridoio terrestre tra il Golfo e l’Europa che collegherebbe Turchia, Siria, Giordania e Arabia Saudita.

Sul versante degli allineamenti, il conflitto sta accelerando la formazione di nuovi raggruppamenti. Il quartetto composto da Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto ne è l’esempio più visibile, anche se si configura più come piattaforma di dialogo che come patto formale. Ankara punta a mantenerlo aperto ad altri paesi per evitare la formazione di contro-allineamenti che potrebbero alimentare rivalità e frammentazione regionale. Turchia e Pakistan hanno già assunto ruoli attivi nella ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto; il quartetto nel suo insieme è però concepito principalmente per affrontare la geopolitica e la sicurezza del dopoguerra.

L’analisi di Chatham House descrive una Turchia che sfrutta la fluidità del momento per consolidare posizioni che in tempi ordinari sarebbero difficilmente accessibili: vale la pena distinguere, però, tra opportunità strutturali — come i corridoi logistici — e aperture congiunturali legate alla durata e all’esito ancora incerto del conflitto. Dal punto di vista di un osservatore mediterraneo, il ridisegno dei corridoi commerciali verso nord-ovest, attraverso la Turchia, riduce il peso relativo delle rotte che transitano per il Canale di Suez e, di riflesso, l’interesse strategico di alcuni nodi portuali italiani. Il quartetto Turchia-Pakistan-Arabia Saudita-Egitto merita attenzione non tanto per ciò che è oggi — una piattaforma informale — quanto per ciò che potrebbe diventare se il dopoguerra iraniano richiedesse meccanismi di stabilizzazione regionali più strutturati. Resta da verificare quanto la diversificazione delle partnership di difesa del Golfo si traduca in contratti effettivi e trasferimenti tecnologici reali, o rimanga per ora a livello di intenzione dichiarata.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 4 giugno 2026

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