Accordo USA-Iran: il Congresso può bloccarlo, ma forse non vuole

Può il Congresso degli Stati Uniti affossare l’intesa preliminare tra l’amministrazione Trump e Teheran? La risposta che emerge dall’analisi di Responsible Statecraft è: sì, in linea di principio — ma la volontà politica di farlo è tutt’altro che scontata.
Quando il testo del Memorandum of Understanding tra Washington e il governo iraniano è trapelato la settimana scorsa, esponenti di entrambi i partiti hanno dichiarato di volerlo esaminare. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha affermato che qualsiasi accordo nucleare con l’Iran dovrà essere sottoposto al Congresso per revisione e voto, mentre il collega James Lankford ha sostenuto che un voto parlamentare sia necessario per consolidare l’intesa nel lungo periodo. Dal fronte democratico, il senatore Brian Schatz ha ricordato che la legge federale attribuisce al Senato un ruolo esplicito nella materia.
Lo strumento giuridico in questione è l’Iran Nuclear Agreement Review Act (INARA), approvato durante i negoziati dell’era Obama che portarono al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015. La legge impone al presidente di sottoporre al Congresso qualsiasi accordo relativo al programma nucleare iraniano che coinvolga gli Stati Uniti, e vieta la sospensione delle sanzioni per trenta giorni per consentire la revisione parlamentare. La maggior parte degli esperti legali ritiene che l’amministrazione sia vincolata a rispettare questa procedura, ma la Casa Bianca cercherà probabilmente di evitarla con ogni mezzo disponibile. Il vicepresidente JD Vance ha già dichiarato che solo alcune parti dell’accordo richiedono approvazione e che l’esecutivo è «abbastanza fiducioso» di poter sospendere temporaneamente le sanzioni senza passare dal Congresso.
Il MoU, pur essendo un accordo preliminare, contiene la riaffermazione dell’impegno iraniano a non perseguire un’arma nucleare e una promessa condizionata di alleggerimento delle sanzioni. Sotto INARA, il voto non scatta automaticamente: occorre che i parlamentari presentino una risoluzione di disapprovazione, il che lascia ampi margini di manovra a chi preferisce non esporsi.
Ed è qui che la politica si complica. Molti repubblicani temono di scontrarsi apertamente con Trump, ma non vogliono nemmeno legittimare la diplomazia con Teheran. Molti democratici vorrebbero criticare l’amministrazione, ma non intendono apparire contrari a una soluzione pacifica. Secondo osservatori vicini alle dinamiche del Campidoglio, le dichiarazioni pubbliche puntano più a indebolire le prospettive dell’accordo che a produrre un voto reale: la maggioranza dei parlamentari, su entrambi i fronti, preferirebbe non doversi pronunciare, almeno finché non sarà raggiunta un’intesa più completa.
Gruppi filo-israeliani come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il Jewish Institute for National Security of America hanno indicato nel Congresso il terreno più favorevole per bloccare l’accordo, puntando proprio sulla questione della supervisione parlamentare.
Il rischio, secondo Dylan Williams del Center for International Policy, è duplice: da un lato, che i democratici fissino condizioni politicamente insostenibili che minino il processo diplomatico; dall’altro, che i falchi repubblicani tentino di reintrodurre o rafforzare le sanzioni sospese, replicando la dinamica che durante il JCPOA rese il successivo smantellamento dell’accordo politicamente praticabile.
Sul fronte delle verifiche, Kelsey Davenport dell’Arms Control Association segnala che garantire ispezioni robuste da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) — la cui cooperazione con l’Iran era stata sospesa dopo i raid USA-israeliani sugli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025 — sarebbe uno dei modi più efficaci per proteggere l’accordo da un’erosione progressiva. In assenza di verificabilità certificata, l’INARA offre al Congresso un appiglio formale per rimettere in discussione qualsiasi intesa futura.
Il commento di GrNet.it
Un accordo che l’esecutivo non vuole sottoporre al voto e un Parlamento che chiede di votare ma preferisce non farlo: questa asimmetria tra dichiarazioni pubbliche e calcoli reali è il dato strutturale che un pianificatore strategico non può ignorare. La storia del JCPOA insegna che la «securitizzazione» del tema delle sanzioni — cioè la sua trasformazione in questione di sicurezza nazionale anziché di politica estera ordinaria — ha reso tecnicamente e politicamente possibile lo smantellamento dell’accordo da parte dell’amministrazione successiva. Se lo stesso meccanismo si ripete, la sostenibilità di qualsiasi intesa dipenderà meno dal testo firmato che dalla capacità di resistere all’erosione parlamentare nel tempo. Per l’Italia e per i partner europei, che hanno interesse a una stabilizzazione del quadro mediorientale, la variabile da monitorare non è tanto il contenuto del MoU quanto la tenuta del consenso interno americano attorno ad esso.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 giugno 2026




