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Il dilemma iraniano: Israele in Libano, rappresaglie negli Emirati

La tregua tra Stati Uniti e Iran rimane precaria nonostante i progressi verso un memorandum d’intesa. Negli ultimi giorni, il vero rischio per l’accordo non proviene dal Golfo Persico, dove si sono registrati scambi di fuoco tra forze americane e iraniane che avrebbero causato fino a quattro vittime tra il personale della Guardia rivoluzionaria, ma dalla potenziale violazione israeliana del cessate il fuoco regionale, in particolare dal proseguimento dei bombardamenti sul Libano.

Secondo l’analisi di Trita Parsi, analista del Quincy Institute, Teheran insiste su un cessate il fuoco genuinamente regionale che includa non solo Washington e Teheran, ma anche Israele e il Libano, per tre ragioni fondamentali. La prima è di natura identitaria: la solidarietà con Gaza e il Libano rappresenta il nucleo della postura strategica della Repubblica islamica nel mondo arabo, e un nuovo abbandono di questi fronti comporterebbe un ulteriore deterioramento della credibilità iraniana nell’«asse della resistenza». La seconda ragione è operativa: gli attacchi israeliani continui rischiano di riacutizzare lo scontro diretto tra Israele e Iran, un ciclo già esploso due volte dal 7 ottobre 2023, creando un nesso inscindibile tra il teatro libanese e quello palestinese.

La terza ragione è però la più rilevante per comprendere le dinamiche negoziali: il Libano rappresenta un test della volontà e della capacità americana di contenere il proprio alleato regionale più stretto. Se Trump non può o non vuole farlo, il valore dell’accordo con Washington crolla drasticamente. Un cessate il fuoco che lasci Israele libero di riprendere le ostilità, mentre gli Stati Uniti rimangono incapaci di evitare di essere trascinati di nuovo nel conflitto, offre poche garanzie di stabilità.

Parsi ricorda il precedente del 1982, quando Ronald Reagan esercitò pressioni su Menachem Begin per fermare l’assalto israeliano al Libano, minacciando di ritirare il sostegno americano. Trump, finora, ha dimostrato scarsa capacità di garantire un’adesione israeliana sostenuta ai suoi ordini. Lo scenario più plausibile è più insidioso: Washington e Teheran raggiungono un accordo, Israele inizialmente lo rispetta, ma gradualmente se ne estrae e riprende i colpi al Libano sotto la giustificazione dell’«autodifesa».

Di fronte a questo dilemma, Teheran potrebbe adottare una strategia più rischiosa: mantenere l’accordo con Washington mentre impone costi altrove, specificamente negli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali partner regionali di Israele. Secondo quanto circolato in segmenti della comunità di sicurezza iraniana, una strategia di «Emirati per il Libano» non appare più remota. La logica è brutale: se l’accordo tollera gli attacchi israeliani a un alleato iraniano, allora lo stesso accordo dovrebbe tollerare ritorsioni iraniane contro un alleato israeliano nel Golfo. Teheran potrebbe così infliggere un prezzo calibrato per ogni colpo israeliano in Libano, senza far crollare l’intesa complessiva.

Tale strategia comporterebbe rischi gravi, inclusa una possibile escalation emiratina e un allargamento del conflitto. Rimane tuttavia incerto se Washington interverrebbe a difesa degli Emirati se questo significasse distruggere l’accordo negoziato con Teheran. In tal caso, il peso ricadrebbe sugli Stati Uniti: o contenere Israele, o assistere alla metastatizzazione del conflitto nel Golfo.

L’analisi di Parsi espone una dinamica che gli analisti militari europei riconoscono bene: il problema non è la capacità tecnica di deterrenza, ma la credibilità politica di chi la esercita. Se Washington non riesce a vincolante Israele come Reagan fece nel 1982, allora ogni accordo con Teheran diventa carta straccia. Per l’Italia, che dipende dalla stabilità del Golfo per il commercio e l’energia, il rischio di una «guerra per procura» tra Israele e Iran attraverso gli Emirati rappresenterebbe un’escalation incontrollabile, ben oltre le dinamiche levantine.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 26 maggio 2026

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