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Dopo Orbán, i Balcani occidentali cercano un nuovo equilibrio

La sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi del 12 aprile — con il partito Tisza di Péter Magyar che ha conquistato 138 dei 199 seggi parlamentari — ha rimosso uno dei principali sostenitori europei delle forze secessioniste in Bosnia-Erzegovina. È quanto argomenta Ismet Fatih Čančar in un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) l’11 giugno 2026, che ricostruisce la rete di relazioni tra Budapest, Banja Luka e Zagabria nel corso degli ultimi sedici anni di governo Fidesz.

Secondo il ricercatore, il rapporto tra Orbán e Milorad Dodik — già presidente della Republika Srpska (RS), una delle due entità istituite dagli Accordi di Dayton — si inseriva in un sistema di connessioni illiberali più ampio, che includeva Aleksandar Vučić e Vladimir Putin. Budapest ha fornito a Dodik copertura diplomatica in sede europea, bloccando ripetutamente le sanzioni collettive dell’UE contro i vertici della RS, e ha esteso la propria presenza politica ed economica nei Balcani occidentali. Nel primo trimestre del 2025, unità della contro-terrorismo ungherese (TEK) erano state dispiegate a Banja Luka con la copertura di esercitazioni di polizia congiunte, con piani contingenti per facilitare l’estrazione di Dodik in Ungheria in caso di ordine di arresto da parte delle autorità giudiziarie bosniache, a seguito della condanna di Dodik a un anno di prigione e al divieto di ricoprire cariche pubbliche.

L’analisi documenta anche il sostegno ungherese alle posizioni del leader croato-bosniaco Dragan Čović, presidente dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (HDZ BiH), che punta alla creazione di una «terza entità» a maggioranza croata. Nel 2021, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó aveva esplicitamente appoggiato le richieste di Čović per una nuova legge elettorale favorevole all’HDZ BiH, inquadrando la partnership in termini di «valori cristiani». Nello stesso anno, Orbán aveva descritto la sfida dell’integrazione europea della Bosnia come quella di «integrare un paese con due milioni di musulmani», rivelando la logica esclusionaria sottostante a quella politica.

Una conferenza tenutasi di recente a Zagabria, organizzata da reti conservative legate a gruppi vicini alla Heritage Foundation, ha riproposto apertamente l’idea di una riorganizzazione territoriale della Bosnia attraverso la creazione di una terza entità croata — un progetto che richiama gli obiettivi bellici dell’Herceg-Bosna, giudicato come Joint Criminal Enterprise dai tribunali dell’ICTY.

Čančar avverte che l’ottimismo seguito alla vittoria di Magyar rischia di essere prematuro. Magyar proviene dallo stesso ecosistema politico che ha nutrito il fideszsimo, conserva tratti del nazional-conservatorismo e non ha ancora assunto posizioni nette sulla Bosnia. Tuttavia, la sua vittoria apre margini concreti: un recente accordo per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE congelati indica una disponibilità a cooperare con Bruxelles. Se confermata, una ricalibrazione della politica ungherese potrebbe rafforzare la leva europea nei confronti delle forze secessioniste e restituire all’UE un ruolo più coerente nei Balcani occidentali.

Tra i passi operativi indicati dall’analisi: la chiusura dell’ufficio TEK a Banja Luka — il cui direttore János Hajdu è già stato rimosso da Magyar — e l’abbandono del blocco sistematico alle misure collettive dell’UE contro i vertici della RS. La prova definitiva, secondo il ricercatore, sarà la capacità di Budapest di smantellare la narrativa orbániana sull’instabilità bosniaca, che ha alimentato per anni la delegittimazione delle istituzioni statali del paese.

Il commento di GrNet.it

138 seggi su 199 sono un mandato difficilmente equivocabile, ma la politica estera non si riscrive con un voto: le strutture operative lasciate da Orbán nei Balcani — uffici, reti economiche, coperture diplomatiche — hanno una propria inerzia istituzionale che Magyar dovrà smontare pezzo per pezzo. La presenza del TEK a Banja Luka, in particolare, è un precedente che merita attenzione da parte degli analisti di sicurezza: un’unità di contro-terrorismo di uno Stato membro UE dispiegata sul territorio di un paese candidato con piani di estrazione per un funzionario condannato è una violazione della logica stessa dello stato di diritto che l’UE dichiara di tutelare. Per l’Italia, che mantiene un contingente nell’ambito di EUFOR Althea e ha interessi storici nella stabilità adriatica, la domanda rilevante è se Bruxelles saprà tradurre il cambiamento a Budapest in una politica balcanica più coerente, o se il vuoto lasciato da Orbán verrà colmato da altri vettori di influenza esterna. L’analisi di RUSI non lo dice esplicitamente, ma la menzione delle reti legate alla Heritage Foundation attive a Zagabria suggerisce che il campo non resterà libero a lungo.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 10 giugno 2026

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