Iran, il memorandum d’intesa lascia aperte le questioni decisive

«Non fare mai una domanda di cui non conosci già la risposta»: è il principio che ogni avvocato impara all’inizio della carriera, e che il presidente Donald Trump ha violato avviando l’Operazione Epic Fury. Secondo un’analisi di Chatham House pubblicata il 17 giugno 2026, la campagna militare contro l’Iran è stata concepita senza che Washington disponesse di risposte verificate ai quesiti fondamentali che essa stessa poneva.
Il 28 febbraio 2026 Trump ha dato avvio a un’operazione congiunta con Israele della durata prevista di quattro-sei settimane, con obiettivi dichiarati che comprendevano la distruzione dell’industria missilistica e della marina iraniana, la neutralizzazione della rete di proxy regionali di Teheran e l’impedimento al programma nucleare. Sullo sfondo, l’ambizione di innescare un processo di cambio di regime nella Repubblica islamica.
La risposta iraniana ha seguito una logica di escalation orizzontale: missili balistici e droni esportati nella regione, e una chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz che ha perturbato i mercati globali. La dirigenza di Teheran, dopo aver subito perdite significative nella propria struttura di comando, si è ricostituita adottando un approccio da «nulla da perdere». Il risultato, secondo il think tank londinese, è stato un successo tattico americano accompagnato da un fallimento strategico.
A giugno 2026 Stati Uniti e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding, MoU, che proroga di sessanta giorni il cessate il fuoco di aprile e prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, definendo al contempo un quadro per ulteriori negoziati. Il documento suscita già scetticismo sia nella comunità d’intelligence americana sia in Israele.
Il rapporto elenca le questioni rimaste senza risposta: la gestione delle scorte di uranio arricchito iraniano — definito «polvere nucleare» — il futuro del programma nucleare, l’alleggerimento delle sanzioni e il rilascio degli asset congelati, la cessazione del sostegno iraniano ai propri proxy regionali, e le prospettive di stabilizzazione nel teatro Israele-Hezbollah. Nessuno di questi nodi è affrontato nel MoU.
Gli autori individuano tre scenari possibili nel corso della proroga di sessanta giorni: il collasso dei negoziati, eventualmente innescato da ripresa dei combattimenti in Libano; una nuova proroga del cessate il fuoco per consentire progressi più sostanziali; oppure un accordo di pace con termini talmente compromessi da non risolvere le questioni aperte.
Sul piano interno americano, il MoU giunge in un momento politicamente opportuno per Trump. Il sostegno all’Operazione Epic Fury aveva raggiunto un picco di circa il 40 per cento per poi calare nel corso dell’ultimo mese. I sondaggi mostrano che gli elettori americani si preoccupano dell’economia più che del Medio Oriente, e qualsiasi riduzione dei prezzi alla pompa di benzina prodotta dall’accordo avrà ricadute favorevoli in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Restano nell’agenda di Trump anche Groenlandia e Cuba.
Nelle prossime settimane, osserva Chatham House, gli analisti tenderanno a confrontare il MoU con il Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA, negoziato in epoca Obama. Trump ha definito il JCPOA «il peggiore e più unilaterale accordo che gli Stati Uniti abbiano mai concluso». Quanto le nuove intese si misurino effettivamente con quel precedente resta, per ora, impossibile da valutare.
Il commento di GrNet.it
La dottrina della «guerra breve e decisiva» — da Suez 1956 alla campagna israeliana in Libano del 2006 — ha mostrato sistematicamente che la fase di escalation orizzontale da parte dell’attore più debole è la variabile più difficile da contenere, e quella che trasforma i successi tattici in impasse strategiche. Il caso dell’Operazione Epic Fury sembra riproporre lo stesso schema: obiettivi iniziali ambiziosi, risposta asimmetrica dell’avversario attraverso lo Stretto di Hormuz, e un accordo interlocutorio che non risolve nessuno dei nodi strutturali. Per l’Italia, che dipende in misura significativa dai flussi energetici che transitano per quella rotta, la fragilità del MoU non è una questione astratta: un’ulteriore interruzione dello Stretto avrebbe effetti diretti sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Vale la pena chiedersi se Roma stia aggiornando le proprie valutazioni di rischio energetico in funzione dei tre scenari che Chatham House delinea per i prossimi sessanta giorni.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 17 giugno 2026




