NATO in crisi strutturale: i quattro percorsi europei verso l’autonomia strategica

Quasi ottant’anni dopo la firma del Trattato di Washington, l’alleanza atlantica attraversa una crisi che non è congiunturale ma strutturale. È questa la tesi centrale di un’analisi pubblicata da Chatham House a firma di Glyn Morgan, che inquadra le difficoltà della NATO non come un’anomalia prodotta dalla presidenza Trump, bensì come il sintomo più visibile della dissoluzione dell’ordine americano in Europa — un ordine costruito tra il 1945 e il 2025 su sicurezza garantita da Washington, dollaro come valuta di riserva e primato tecnologico statunitense.
Il vertice NATO dell’Aia del 2025 si era chiuso senza strappi, in parte grazie alla retorica accomodante del segretario generale Mark Rutte — che arrivò a definire Trump «Daddy» — e in parte per l’impegno degli alleati ad aumentare le spese per la difesa. Il vertice di Ankara, previsto per luglio, si annuncia invece più turbolento. Nel frattempo, la decisione di ritirare circa 5.000 soldati dalla Germania per poi annunciarne il redeployment in Polonia — motivata, secondo l’analisi, da ragioni personali del presidente piuttosto che da considerazioni strategiche — ha reso evidente la fragilità delle garanzie americane.
Morgan individua quattro rischi sistemici per gli alleati europei: abbandono, ingarbugliamento, appropriazione ed estorsione. I primi due sono storicamente noti nella letteratura sulle alleanze asimmetriche; gli ultimi due sono inediti. L’appropriazione riguarda la pretesa americana su Groenlandia, territorio di un paese membro NATO; l’estorsione si manifesta nell’uso della garanzia di sicurezza come leva nelle trattative commerciali. A questi si aggiunge la dipendenza europea da tecnologia americana — satelliti, semiconduttori — e, dopo le guerre in Ucraina e Iran, dal gas naturale liquefatto statunitense.
Di fronte alla disintegrazione dell’ordine transatlantico, il think tank londinese delinea quattro percorsi strategici. Il primo è quello del «vassallo felice»: accettare la dipendenza da Washington in cambio della continuità dell’ombrello di sicurezza, rinunciando di fatto a qualsiasi autonomia. Il secondo è la via neo-gollista: ogni stato europeo persegue il proprio interesse nazionale, stringendo accordi separati con le grandi potenze — Stati Uniti, Russia o Cina — con il rischio di esporre il continente a una strategia di divide et impera.
Il terzo percorso, il più ambizioso, prevede la creazione di una struttura difensiva europea autonoma — denominata nell’analisi «Euto» — con un proprio stato maggiore continentale, indipendente dal Comando Supremo Alleato in Europa. Questo scenario richiederebbe investimenti su scala bellica in tre pilastri: una base industriale guidata da un formato «E3+Polonia» (Londra, Parigi, Berlino, Varsavia) capace di produrre munizioni, droni e sistemi di difesa aerea; una costellazione satellitare sovrana per comunicazioni, navigazione e intelligence; e un definitivo disaccoppiamento dai mercati energetici americani, attraverso la diversificazione del GNL, l’accelerazione del nucleare europeo e le rinnovabili. L’analisi avverte però che l’autonomia militare è una struttura vuota senza autonomia tecnologica ed energetica, e che un simile progetto richiederebbe un livello di integrazione politica e sacrificio fiscale che gli elettorati europei non hanno ancora compreso, né autorizzato.
Il quarto percorso è quello dell’«hedging strategico»: mantenere la NATO come organizzazione mentre si costruisce parallelamente una capacità militare e diplomatica indipendente, rifiutando di allinearsi alle tattiche più aggressive di Washington e cercando di agire — eventualmente insieme al Canada — come terzo polo. Si tratta però, riconosce l’analisi, di una strategia di attesa, non di una soluzione. La conclusione è netta: la NATO potrebbe sopravvivere come struttura burocratica, ma come alleanza di sicurezza affidabile è, nelle parole dell’autore, «beyond repair».
Il commento di GrNet.it
Può un’alleanza militare restare operativamente credibile quando i suoi membri devono pianificare anche una postura difensiva nei confronti del paese che ne guida il comando supremo? È la domanda che l’analisi di Morgan pone in modo esplicito, e per un paese come l’Italia — che ospita basi NATO sul proprio territorio, dipende dallo scudo nucleare americano e ha forze armate integrate nella catena di comando alleata — la risposta non è affatto scontata. Il nodo dell’autonomia satellitare e tecnologica è forse quello più sottovalutato nel dibattito italiano: senza capacità proprie di navigazione, targeting e intelligence, qualsiasi incremento di spesa per la difesa rischia di tradursi in sistemi d’arma che restano dipendenti da infrastrutture che Roma non controlla. Il formato «E3+Polonia» proposto nell’analisi esclude l’Italia dalla cerchia dei paesi guida, il che solleva interrogativi sul peso specifico che Roma intende rivendicare in un’eventuale architettura di difesa europea post-atlantica. La strada dell’hedging strategico, infine, richiede una coerenza di posizionamento diplomatico che la politica estera italiana ha storicamente faticato a mantenere nel lungo periodo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026




