Le sanzioni occidentali a Mosca perdono mordente tra divisioni e ripensamenti

Quasi quattro anni e mezzo dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, l’Occidente non ha ancora trovato il colpo decisivo capace di paralizzare l’economia russa. Secondo Chatham House, le venti serie di sanzioni dell’Unione Europea non hanno modificato in modo sostanziale il corso della guerra, e il problema affonda le radici in scelte strategiche compiute anni prima del febbraio 2022.
Putin aveva presumibilmente pianificato il conflitto con largo anticipo, già a partire dalle prime sanzioni occidentali successive all’annessione della Crimea nel 2014. La Russia aveva costruito cuscinetti di protezione: accumulò riserve di valuta estera a livelli record, ridusse la leva finanziaria verso l’estero e sfruttò il controllo sulle forniture energetiche verso l’Europa per manipolare i mercati e generare profitti straordinari nei mesi precedenti e seguenti l’invasione. Questa resilienza strutturale ha reso le sanzioni meno efficaci di quanto sperato.
Il secondo ostacolo è stato il ritmo lento e prevedibile della risposta occidentale. Per presentare un fronte unito a Putin, gli alleati hanno cercato una ripartizione equa dei costi, ma il risultato è stato un regime sanzionatorio al livello del minimo comune denominatore. Nessun paese ha voluto sopportare oneri significativi, sebbene le sanzioni comportino sempre costi per chi le applica: l’abilità consiste nel far soffrire il bersaglio più di se stessi. Invece, nel tentativo di limitare il danno interno, l’Occidente ha attenuato la pressione su Mosca.
L’analisi di Chatham House sottolinea che l’Occidente ha sistematicamente sottovalutato la natura esistenziale della minaccia russa. Se la prendesse sul serio, riconoscerebbe che contrastarla comporta sacrifici reali: le sanzioni causano carenze e rialzi di prezzo nei settori dove la Russia è cruciale nelle catene di approvvigionamento. Ma questo richiederebbe onestà verso gli elettorati nazionali circa la natura della sfida e i costi collettivi necessari.
La settimana della pubblicazione dell’analisi ha offerto un caso di studio emblematico: il Regno Unito aveva segnalato a ottobre l’intenzione di vietare l’acquisto di diesel e carburante da paesi terzi se derivati da greggio russo, costruendo sulla scia delle sanzioni americane su Lukoil e Rosneft del 2025. Ma quando il conflitto con l’Iran si è intensificato e gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni sui maggiori produttori petroliferi russi per contenere i rialzi energetici globali, il Regno Unito ha emesso licenze generali per ritardare l’imposizione delle restrizioni su carburanti per jet e diesel.
Questa mossa ha creato la percezione che Londra avesse ceduto sulla Russia, antepponendo gli interessi dei consumatori britannici a quelli dell’Europa e dei difensori ucraini. Il governo britannico ha tentato di contrastare l’immagine di debolezza annunciando sanzioni al trasporto di gas naturale liquefatto via nave e nuove designazioni contro individui e società. Tuttavia, aggiungere altre sanzioni personali a migliaia già imposte ha scarso impatto, e le restrizioni al trasporto di GNL colpiscono soprattutto Spagna, Belgio e Francia, non il Regno Unito stesso.
Questo approccio «fai come dico, non come faccio» ha minato l’unità europea proprio quando il Regno Unito avrebbe potuto guidare il continente verso misure più incisive. L’assenza di coordinamento preventivo con gli alleati europei e con l’Ucraina rivela, secondo l’analisi, un indebolimento dell’alleanza NATO e, nel contesto post-Brexit, l’incapacità britannica di attingere al supporto dell’Unione Europea.
La diagnosi di Chatham House tocca un nervo scoperto della strategia occidentale: il compromesso permanente tra coesione e efficacia. Per l’Italia, membro NATO e partner energetico vulnerabile, la lezione è che le sanzioni senza costi condivisi equamente diventano strumenti di divisione piuttosto che di deterrenza. Il caso britannico mostra come la ricerca dell’unanimità al ribasso trasforma alleati in competitori sui mercati energetici, esattamente l’opposto di ciò che servirebbe per isolare Mosca. La questione non è tecnica ma politica: richiede il coraggio di comunicare ai cittadini che la sicurezza collettiva ha un prezzo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 maggio 2026




