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Ritiro convenzionale USA e deterrenza nucleare: le crepe nella garanzia atlantica

Secondo un’analisi della ricercatrice Darya Dolzikova pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) il 23 giugno 2026, la distinzione che Washington traccia tra riduzione della presenza convenzionale e continuità della deterrenza nucleare estesa in Europa è, nei fatti, artificiosa. La tesi centrale è che le due dimensioni siano strutturalmente interdipendenti, e che il progressivo disimpegno americano sul piano convenzionale stia erodendo la credibilità stessa dell’ombrello nucleare.

Il punto di partenza è l’annuncio del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, al Defence Ministerial NATO della settimana precedente alla pubblicazione, di una revisione semestrale della postura statunitense in Europa — la cosiddetta «NATO 3.0 review» — finalizzata a trasferire agli alleati europei la responsabilità primaria della difesa convenzionale. La revisione si inserisce in una serie di decisioni già operative: il ritiro programmato di 5.000 soldati dalla Germania, la cancellazione del dispiegamento di un battaglione di fuochi a lungo raggio del Multi-Domain Task Force (MDTF), la revoca della rotazione di 4.000 militari nell’Europa orientale, e la riduzione delle allocazioni NATO di caccia, aerei da sorveglianza marittima, piattaforme di rifornimento aereo, bombardieri, sottomarini e portaerei.

Il RUSI argomenta che le forze convenzionali americane in Europa svolgono una funzione che va ben oltre la difesa diretta del territorio alleato: costituiscono il «tripwire» che rende credibile il coinvolgimento statunitense in un conflitto europeo, compreso l’eventuale ricorso alle armi nucleari. Senza una presenza significativa sul continente, la catena di escalation che collega la difesa convenzionale all’opzione nucleare si assottiglia, lasciando all’avversario margini di calcolo più favorevoli.

Particolarmente rilevante, secondo i ricercatori, è la cancellazione del battaglione MDTF-2, che avrebbe dovuto includere missili SM-6, Tomahawk e ipersonici a lungo raggio, insieme ai sistemi Typhon e Dark Eagle. Questi assetti avrebbero rafforzato le capacità europee di deep precision strike (DPS), ovvero la capacità di colpire in profondità obiettivi russi — forze convenzionali, catene logistiche militari — con mezzi non nucleari. Il DPS è considerato uno strumento di gestione della deterrenza perché offre opzioni di segnalazione e di escalation controllata al di sotto della soglia nucleare. La sua riduzione, insieme al taglio di capacità ISR (intelligence, surveillance and reconnaissance) e SEAD/DEAD (soppressione e distruzione delle difese aeree nemiche), comprime i gradini intermedi della scala di escalation NATO.

Sul piano politico, il testo rileva che le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump non rafforzano in modo esplicito gli impegni di deterrenza estesa verso l’Europa. Un discorso del febbraio 2026 del Sottosegretario di Stato Thomas DiNanno cita la Cina ventuno volte senza menzionare l’Europa; un intervento del Sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby alla National War College, spesso citato dagli europei come rassicurazione, viene letto dall’analisi come conferma della deprioritizzazione europea piuttosto che come garanzia.

Sul versante europeo, il RUSI registra iniziative significative: la «deterrenza avanzata» francese ha già coinvolto otto stati non nucleari e il Regno Unito; la Dichiarazione di Northwood e il Nuclear Steering Group franco-britannico aprono a una cooperazione nucleare bilaterale; il Parlamento finlandese ha revocato il divieto di stazionamento e transito di armi nucleari sul territorio nazionale. Tuttavia, nessuna di queste misure è presentata come sostituto dell’ombrello americano. La conclusione operativa dell’analisi è che l’Europa debba pianificare la deterrenza e la difesa contro un’aggressione russa anche in assenza del supporto statunitense, investendo in capacità convenzionali avanzate proprie e ridefinendo il ruolo dei deterrenti nucleari britannico e francese.

Il commento di GrNet.it

L’analisi trascura di quantificare quanto tempo richiederebbero agli europei — e all’Italia in particolare — per colmare le lacune nelle capacità ISR e SEAD/DEAD che oggi dipendono quasi interamente da sistemi statunitensi: senza quella stima, il ragionamento sulla «pianificazione autonoma» resta sospeso nel vuoto. Per l’Aeronautica Militare italiana, che opera nell’ambito della missione di nuclear sharing con gli F-35A destinati a sostituire i Tornado IDS, la riduzione delle piattaforme di supporto americane — rifornimento aereo, soppressione delle difese avversarie — non è una variabile astratta ma un vincolo operativo concreto già in fase di pianificazione. La compressione dei gradini intermedi della scala di escalation descritta dal RUSI pone anche una questione dottrinale per lo Stato Maggiore della Difesa: se le opzioni di risposta graduata si riducono, la soglia a cui l’Italia potrebbe trovarsi coinvolta in decisioni nucleari collettive si abbassa, con implicazioni che il dibattito parlamentare nazionale non ha ancora affrontato in modo strutturato. Vale la pena chiedersi se le attuali strutture di consultazione NATO — il Nuclear Planning Group in primo luogo — siano calibrate per gestire uno scenario in cui due soli stati europei detengono capacità nucleari nazionali e devono supplire a un disimpegno parziale americano.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 22 giugno 2026

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