Contro droni e missili a basso costo la difesa aerea rischia il collasso economico

«L’aviodifesa deve essere economica da produrre e profonda nella sua stratificazione»: è la conclusione a cui arriva Andreas Urbanski in un commento pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI), che mette a confronto la guerra in Ucraina e il conflitto del 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran per trarne una lezione comune sulle priorità di spesa della difesa occidentale.
In entrambi i casi, osserva l’autore, una potenza dotata di forze nettamente superiori non è riuscita a ottenere risultati decisivi. La Russia, con un bilancio della difesa 2026 quattro volte superiore a quello ucraino, non ha raggiunto i propri obiettivi in oltre quattro anni di guerra. Stati Uniti e Israele hanno conquistato la superiorità aerea sull’Iran in pochi giorni, senza però eliminare la capacità di ritorsione di Teheran né riaprire lo Stretto di Hormuz.
Il nodo, secondo Urbanski, è l’aritmetica dei costi. Durante i 39 giorni della campagna contro l’Iran, le difese aeree statunitensi e del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori Patriot, a circa 4 milioni di dollari l’uno, contro droni Shahed iraniani il cui costo massimo si attesta sulle decine di migliaia di dollari. Teheran ha lanciato circa 4mila droni da attacco monouso e, entro il quarto giorno, oltre 500 missili balistici e 2mila droni. Il tasso di intercettazione ha superato il 90%, ma secondo le stime del Center for Strategic and International Studies gli Stati Uniti hanno consumato circa metà delle proprie scorte di Patriot, oltre 850 missili da crociera Tomahawk e più di mille armi stand-off lanciate da aeromobili: la ricostituzione di questi arsenali richiederà dai quattro ai cinque anni.
Specularmente, l’Ucraina ha impiegato droni navali senza equipaggio da poche centinaia di migliaia di dollari l’uno, meno di un singolo siluro moderno, per neutralizzare circa un terzo della flotta russa del Mar Nero e immobilizzare il resto, senza disporre di una marina convenzionale.
Il secondo elemento della lettura riguarda gli obiettivi degli attacchi. Secondo l’autore, i regimi autoritari non puntano principalmente alle forze armate occidentali ma al sistema politico ed economico delle società aperte. L’Iran non ha mai conquistato il controllo dello Stretto di Hormuz ma, con mine navali, missili a corto raggio e imbarcazioni veloci, ha fatto crollare le esportazioni di petrolio del 95% e quelle di gas naturale liquefatto del 99%, secondo la valutazione dell’International Energy Agency, la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. La Russia applica una logica analoga contro l’Europa attraverso incendi dolosi, sabotaggi, disturbo GPS sui cieli baltici e scandinavi e danneggiamenti ai cavi sottomarini, per un totale di circa 150 incidenti ibridi sospetti documentati nell’area NATO e Ue dal 2022.
Urbanski avverte comunque che sostituire le capacità convenzionali con quelle asimmetriche sarebbe un errore: la Russia, a differenza dell’Iran, mantiene un’aviazione consistente e difese aeree integrate sofisticate. Da qui la proposta di un’agenda concreta legata all’impegno NATO del 5% del PIL: invertire la curva dei costi con sistemi anti-drone economici e prodotti in massa, sviluppare capacità di attacco a lungo raggio a basso costo unitario, ricapitalizzare le contromisure mine e la protezione delle infrastrutture sottomarine, finanziare la resilienza di energia, trasporti e telecomunicazioni.
Il commento di GrNet.it
Ottocentocinquanta Tomahawk e metà dello stock di Patriot consumati in 39 giorni, con quattro-cinque anni necessari per ricostituirli: è il dato che dovrebbe orientare qualsiasi discussione sull’incremento di spesa italiano verso il 5% del PIL. Il rischio, per le forze armate italiane come per le altre europee, è che l’aumento dei bilanci finanzi ancora piattaforme di pregio in piccoli numeri, replicando esattamente lo squilibrio che Urbanski descrive come radice della vulnerabilità occidentale. La componente contraerea a basso costo, i sistemi anti-drone stratificati e la protezione delle infrastrutture critiche restano capacità su cui la Difesa italiana ha investito meno rispetto ai grandi programmi di piattaforma, e l’analisi RUSI suggerisce che sia proprio questo il terreno su cui si giocherà la sostenibilità di un eventuale conflitto ad alta intensità. Resta aperta la questione se il fondo NATO dell’1,5% dedicato a resilienza e innovazione riuscirà a tradursi in acquisizioni rapide, dato che le procedure di procurement nazionali non brillano per velocità quanto quelle industriali avversarie descritte nel testo.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 14 luglio 2026




