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Iran, l’equilibrio nel Golfo dopo la guerra passa da Hormuz

«Ricostruire i propri impianti di produzione di missili e droni… sarà la priorità assoluta, così come il consolidamento e la diversificazione delle reti di approvvigionamento globali»: la previsione, riferita all’Iran nel dopoguerra, è di Chatham House, il think tank britannico che nella sua analisi disegna i contorni di un nuovo assetto di potere nel Golfo Persico, destinato a non tornare allo status quo precedente al 28 febbraio 2026.

Il centro studi londinese parte dalla constatazione che la tregua tra Iran e Stati Uniti, in vigore da due mesi, resta fragile e punteggiata da episodi di violenza, incluso lo scambio di attacchi seguito all’abbattimento di un elicottero americano e le minacce del presidente Donald Trump, l’11 giugno, di occupare l’isola iraniana di Kharg. Secondo notizie di stampa citate nell’analisi, Washington avrebbe comunque fatto sapere a Teheran, tramite il Qatar, che gli attacchi recenti non segnavano una ripresa della guerra totale. I negoziati per prolungare il cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz, tuttavia, non hanno fatto progressi.

Il punto centrale dell’analisi riguarda il fallimento dell’Asse della Resistenza, la rete di gruppi armati non statali sostenuta da Teheran. Israele non è riuscito a sconfiggere in modo decisivo Hamas e Hezbollah dall’ottobre 2023, ma i due gruppi ne sono usciti indeboliti, e soprattutto non hanno assolto alla funzione per cui erano stati concepiti: dissuadere Stati Uniti e Israele da attacchi diretti contro il territorio iraniano. La minaccia di rappresaglie non ha impedito i raid contro l’Iran, e questo fallimento sposta ora il baricentro strategico di Teheran verso il Golfo.

Chatham House osserva che la chiusura dello Stretto di Hormuz, a lungo ipotizzata da simulazioni e wargame, è passata dalla teoria alla pratica: un precedente che l’Iran non dimenticherà. Lo Stretto riaprirà al traffico marittimo, prevede il rapporto, ma in modo graduale, per ragioni di sicurezza e per il tempo necessario alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento. Teheran, però, avrebbe integrato l’opzione della chiusura nella propria strategia permanente, pronta a riattivarla se lo riterrà necessario.

Da qui la priorità, secondo l’analisi, di ricostruire gli impianti di produzione di missili e droni danneggiati dagli attacchi americani e israeliani, anteponendola persino al ripristino della flotta convenzionale e delle infrastrutture nucleari colpite. L’obiettivo è mantenere la minaccia di chiusura dello Stretto come fattore di rischio permanente per il commercio marittimo globale.

Il rapporto segnala inoltre il rischio che gli Houthi, che controllano il quadrante nordoccidentale dello Yemen, chiudano il Bab al-Mandab, l’altro punto di strozzatura marittima strategico, dopo aver minacciato questa settimana la navigazione israeliana nel Mar Rosso. Pur non essendo meri esecutori di Teheran, gli Houthi hanno già causato gravi disagi al traffico nel Mar Rosso tra il 2023 e il 2025. Infine, l’analisi indica come ulteriore variabile permanente la minaccia iraniana contro i sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, la cui reputazione di stabilità economica ne uscirebbe strutturalmente indebolita.

Il commento di GrNet.it

Il precedente utile per leggere questa fase è la guerra delle petroliere degli anni Ottanta nel Golfo Persico, quando Teheran dimostrò per la prima volta che il controllo su Hormuz si misura in credibilità della minaccia più che in effettiva interdizione del traffico. L’analisi di Chatham House suggerisce che questo meccanismo si sia oggi consolidato in dottrina permanente, con una differenza rispetto al passato: la soglia psicologica della chiusura effettiva è stata ormai superata nei fatti, non solo minacciata. Per la Marina Militare italiana, impegnata storicamente in missioni di sicurezza marittima nell’area, il dato rilevante è la possibile combinazione tra rischio a Hormuz e rischio al Bab al-Mandab, due colli di bottiglia che insieme condizionerebbero le rotte verso il Mediterraneo. Resta da capire quanto questa nuova postura iraniana, orientata su missili e droni più che su marina convenzionale o programma nucleare, richieda un adeguamento delle capacità di sorveglianza e scorta nel Golfo da parte degli alleati europei.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 11 giugno 2026

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