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G7 di Evian: un summit riuscito nei limiti, insufficiente nelle ambizioni

Sedici delegazioni riunite sulle rive del lago di Ginevra, un’agenda costruita attorno alle linee rosse di un singolo paese, e un risultato che Chatham House definisce «quanto di meglio ci si potesse ragionevolmente aspettare» — ma ben al di sotto di ciò che la congiuntura globale richiederebbe. Il vertice G7 di Evian, conclusosi il 17 giugno sotto presidenza francese, ha confermato che il formato del gruppo resta operativo, ma a condizioni sempre più restrittive.

Macron si era dato due obiettivi: favorire un dialogo costruttivo tra Trump e gli altri sei membri del gruppo, e rafforzare il coinvolgimento delle economie emergenti invitate come partner. Entrambi sono stati centrati. A differenza del vertice di Kananaskis del 2025, Trump non ha abbandonato i lavori in anticipo, né si sono verificate tensioni pubbliche paragonabili a quelle del G7 canadese del 2018. Brasile, Egitto, India, Kenya e Repubblica di Corea hanno partecipato ad almeno metà delle sessioni, sottoscrivendo esplicitamente alcune delle dichiarazioni finali.

Sul dossier ucraino, il risultato più rilevante è stata la partecipazione di Trump alla sessione di apertura con il presidente Zelensky. La dichiarazione congiunta ha ribadito il «sostegno incrollabile» all’Ucraina, impegnandosi ad aumentare la fornitura di sistemi di difesa aerea e a rafforzare le sanzioni contro la Russia, incluso il settore energetico. Il G6 ha a sua volta appoggiato l’accordo di cessate il fuoco tra Washington e Teheran — pur con le sue ambiguità e i nodi irrisolti — evitando di rinnovare le critiche all’avvio del conflitto. In cambio, gli Stati Uniti hanno dato un’adesione condizionata a un’iniziativa navale franco-britannica volta a ripristinare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz.

Sul fronte economico, una dichiarazione ha riconosciuto i rischi legati agli squilibri macroeconomici globali — fattore già alla base della crisi finanziaria del 2007-2009 — senza però formulare proposte concrete per coinvolgere la Cina, l’altro soggetto indispensabile per affrontare il problema. Il testo si è limitato a un generico invito ai paesi con ampi deficit esterni a sostenere il risparmio interno e il consolidamento fiscale, rinviando il seguito al G20. Sul tema dei minerali critici, il vertice ha prodotto una dichiarazione collettiva e l’annuncio di una «G7 Minerals Resilience and Production Alliance», di natura non vincolante, in contrasto con l’approccio strettamente bilaterale adottato da Washington in un incontro ministeriale di febbraio.

Sull’intelligenza artificiale, i leader hanno chiesto ai ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali di approfondire le opportunità e i rischi del settore, senza però affrontare la questione della governance pubblica dello sviluppo tecnologico né quella della sovranità digitale. La protezione dei minori online è stata demandata in larga misura all’autoregolamentazione dell’industria.

Per ottenere questi risultati, Parigi ha adottato una strategia di gestione preventiva del rischio: la data del vertice è stata spostata per evitare una sovrapposizione con il compleanno di Trump il 14 giugno; l’agenda è stata depurata di tutti i temi — cambiamento climatico, sistema commerciale multilaterale, governance digitale — su cui la posizione americana sarebbe risultata incompatibile con quella degli altri sei; il Kenya ha sostituito il Sudafrica tra i paesi invitati, dopo che Trump aveva minacciato di disertare il vertice in caso di presenza di Pretoria.

Il giudizio di Chatham House è netto: il G7 dispone ancora di peso economico, tecnologico e finanziario sufficiente per esercitare influenza globale, ma quella capacità presuppone valori condivisi, fiducia reciproca e un’agenda aperta. Nessuna di queste tre condizioni è soddisfatta dall’inizio del secondo mandato Trump, e le questioni più urgenti per l’economia mondiale restano fuori dal tavolo.

Il commento di GrNet.it

Nove dichiarazioni finali, nessuna vincolante sui dossier più delicati: per chi ha lavorato in contesti di coordinamento multilaterale, quella cifra dice molto sulla distanza tra la forma del consenso e la sua sostanza operativa. L’iniziativa navale franco-britannica sullo Stretto di Hormuz — approvata solo in forma «qualificata» da Washington — è il caso più istruttivo: un’intesa di facciata che lascia aperta la questione di chi garantisca effettivamente la libertà di navigazione in un’area di interesse diretto per l’approvvigionamento energetico italiano. Vale la pena chiedersi se Roma stia seguendo quella trattativa con la stessa attenzione che riserva ai formati NATO, o se la stia delegando interamente ai partner nordeuropei. Il nodo della governance dell’intelligenza artificiale e dei minerali critici, rinviato a sedi tecniche senza mandato politico chiaro, rischia di ripresentarsi in forma più acuta al prossimo G20, dove la geometria negoziale sarà ancora più complessa.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 giugno 2026

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