Stretto di Hormuz e sicurezza alimentare: il quinto shock in vent’anni

Quante crisi alimentari globali può assorbire un sistema prima di cedere? Secondo un’analisi di Arif Husain pubblicata da Chatham House l’8 giugno 2026, quella innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz rischia di diventare il quinto mega-shock alimentare in meno di vent’anni, e il più complesso per la simultaneità dei fattori in gioco.
Il precedente della crisi energetica e alimentare del 2007-2008, il picco dei prezzi del 2011 che accompagnò le rivolte della Primavera araba, le rotture logistiche del 2020 durante la pandemia di Covid e l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 con il conseguente shock su grano e fertilizzanti: ciascuno di questi eventi aveva esposto una specifica fragilità del sistema. La crisi attuale le somma tutte: interruzione delle forniture energetiche, carenza di fertilizzanti, instabilità dei noli marittimi, inflazione, incertezza degli investitori, riduzione degli aiuti internazionali e frammentazione geopolitica.
Lo Stretto di Hormuz è il nodo fisico attorno a cui ruota l’analisi. Attraverso quella rotta transita circa il 20 per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, insieme a un terzo delle forniture marittime di fertilizzanti. Il World Food Programme delle Nazioni Unite stima che la crisi nel Golfo Persico potrebbe spingere ulteriori 45 milioni di persone verso la fame acuta. Secondo stime citate nell’articolo, fino a 10 miliardi di pasti a settimana potrebbero scomparire dal sistema alimentare globale per effetto delle perdite produttive legate alla scarsità di fertilizzanti.
Il meccanismo di trasmissione si articola in tre fasi temporali distinte. La prima è già in corso: i costi di carburante e trasporto aumentano nell’arco di settimane, con effetti immediati sui prezzi al consumo. La seconda si manifesta nei mesi successivi, quando la scarsità di fertilizzanti condiziona le decisioni di semina. La terza arriva con il ciclo del raccolto successivo, quando le rese ridotte contraggono l’offerta e alimentano un’ulteriore spirale inflazionistica. Il risultato non è uno shock puntuale ma un ciclo che si prolunga nell’arco di un anno.
I dati sull’inflazione alimentare già disponibili sono indicativi: oltre il 100 per cento in Iran, sopra il 30 per cento in Turchia e Argentina. Paesi come Malawi, Libano, Nigeria e Angola registrano inflazione alimentare a doppia cifra persistente. In molte economie a basso e medio reddito, le famiglie destinano già tra il 40 e il 60 per cento del reddito disponibile all’acquisto di cibo, rendendo anche aumenti relativamente contenuti una fonte diretta di disagio sociale.
Le vulnerabilità strutturali aggravano il quadro. Sette paesi esportatori coprono quasi l’84 per cento delle esportazioni mondiali di grano, mentre sei paesi controllano oltre il 92 per cento di quelle di mais, secondo stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Le riserve globali di cereali sono concentrate per il 70-90 per cento in meno di cinque paesi per ciascuna delle principali commodity, e in crisi tendono a non essere disponibili per i mercati internazionali. La Cina ha già ridotto le esportazioni di fertilizzanti per proteggere l’offerta interna, replicando un comportamento già osservato nelle crisi precedenti.
Sul fronte degli aiuti umanitari, i dati preliminari dell’OCSE indicano che l’assistenza allo sviluppo ufficiale dei principali paesi donatori è calata di oltre il 23 per cento nel solo 2025, la contrazione più marcata mai registrata. Il World Food Programme prevede di assistire 60 milioni di persone nel 2026 con circa 6 miliardi di dollari, rispetto ai 160 milioni assistiti nel 2022 con oltre 14 miliardi. Il vertice dei ministri delle Finanze del G7 tenutosi a Parigi nel maggio 2026 ha riconosciuto la portata della crisi, invocando il mantenimento del libero scambio, la diversificazione delle catene di approvvigionamento e risposte internazionali coordinate.
Il commento di GrNet.it
La crisi alimentare del 2007-2008 insegnò che i sistemi di allerta precoce, per quanto migliorati, non bastano se le vulnerabilità strutturali restano intatte: vent’anni dopo, quella lezione non è stata metabolizzata. Per l’Italia, paese importatore netto di cereali e fertilizzanti con un’industria agroalimentare fortemente esposta alle fluttuazioni dei costi energetici, la convergenza descritta nell’analisi di Chatham House non è uno scenario astratto. Vale la pena chiedersi se la pianificazione nazionale di sicurezza economica abbia mai considerato esplicitamente lo scenario di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz come variabile di rischio per le filiere alimentari, non solo per quelle energetiche. La riduzione degli stanziamenti umanitari internazionali, documentata con dati OCSE, aggiunge un elemento che merita attenzione separata: meno risorse al World Food Programme significa pressioni migratorie più intense sulle rotte del Mediterraneo centrale, con ricadute dirette sulla gestione dei flussi che coinvolgono le coste italiane.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026




