Il dilemma strategico del denaro russo: contenere la corruzione o indebolire il Cremlino?

Secondo un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), la lotta al riciclaggio di denaro russo e alla fuga di capitali presenta un dilemma strategico raramente affrontato in modo esplicito: le misure occidentali che bloccano i flussi finanziari illeciti russi potrebbero paradossalmente rafforzare il controllo del Cremlino sulla propria élite economica, anziché indebolirlo. L’autore Matthew McGlynn propone di applicare il principio latino cui bono (chi beneficia?) alla questione della ricchezza offshore russa, stimata fino a 1 trilione di dollari.
Il ragionamento centrale è che la corruzione e la fuga di capitali rappresentano un’auto-lesione strategica per lo Stato russo: secondo i principi consolidati del sistema internazionale anticorruzione, la corruzione corrode le istituzioni democratiche, rallenta lo sviluppo economico e contribuisce all’instabilità governativa. La Russia ha subito danni significativi da questa dinamica, come evidenziato dai fallimenti militari iniziali dell’invasione ucraina del 2022, in parte conseguenza della corruzione che aveva eroso le capacità operative russe nel corso dei decenni.
Tuttavia, McGlynn osserva che il Cremlino stesso ha perseguito politiche di de-offshorisation sin dal 2012, quando Putin ha lanciato il primo di diversi tentativi falliti di rimpatriare la ricchezza dell’élite. Tre amnistie sui capitali tra il 2015 e il 2020 non hanno avuto successo, ma l’invasione dell’Ucraina ha aperto nuovi canali di rimpatrio forzato: sequestri di beni di società estere, ritorno di oligarchi sanzionati e legislazione che consente il rimpatrio de facto di imprese russe detenute attraverso strutture holding estere. Nel febbraio 2023, Putin ha dichiarato pubblicamente che l’Occidente come «rifugio sicuro per i capitali era un miraggio» e ha ordinato l’accelerazione della de-offshorisation.
La tesi provocatoria è che il capitale privato detenuto in centri finanziari offshore rappresenta ricchezza che il Cremlino non può controllare pienamente, mentre il rimpatrio la trasforma in capitale ostaggio, esacerbando la relazione di completa subordinazione che l’élite economica russa ha nei confronti del Cremlino. Le pressioni occidentali che spingono il denaro verso casa potrebbero quindi rafforzare questa dinamica coercitiva e aiutare il Cremlino a realizzare ciò che ha tentato senza successo per quindici anni.
McGlynn riconosce tuttavia che l’argomento opposto è altrettanto solido. La ricchezza illecita russa negli Stati occidentali non rimane passiva: finanzia il riciclaggio di reputazione su scala industriale, acquista influenza politica per conto dello Stato russo e rappresenta una forma di contagio corruttivo che diffonde pratiche russe nelle giurisdizioni che assorbono il denaro. Operazioni come Operation Destabilise del National Crime Agency hanno esposto reti di riciclaggio di denaro di lingua russa nel Regno Unito che hanno finanziato spionaggio russo in Europa. L’Unione Europea ha stimato che Mosca ha versato circa 300 milioni di euro nelle elezioni moldave del 2025.
La conclusione dell’autore è che non esiste una risposta univoca alla domanda komu vygodno (a chi conviene?). Un funzionario del Tesoro, un pianificatore del Ministero della Difesa e un esponente della società civile russa potrebbero dare risposte diverse ma tutte difendibili. McGlynn sottolinea che il suo argomento non è affatto quello di allentare la pressione sul denaro russo, ma piuttosto di pensare in modo creativo e innovativo alle tattiche contro un Paese che intende indebolire l’Occidente.
L’analisi del RUSI tocca un punto operativo che la dottrina NATO raramente esplicita: le sanzioni finanziarie, pur necessarie per l’integrità delle nostre istituzioni, potrebbero avere effetti non previsti sulla struttura interna del regime russo. Per l’Italia, che ospita significativi flussi di capitali sospetti e ha interesse sia nella deterrenza verso la Russia sia nella stabilità dell’ordine finanziario europeo, il dilemma è concreto: come calibrare le misure anticorruzione senza diventare involontariamente complici del consolidamento del controllo autoritario di Mosca sulla propria élite? La risposta non è rinunciare alle sanzioni, ma integrarle con strategie di intelligence finanziaria che distinguano tra capitale ostaggio (controllato dal Cremlino) e capitale mobile (ancora potenzialmente destabilizzante per il regime).
Fonte: RUSI · Pubblicato il 13 maggio 2026




