Intelligence senza influenza: come la Casa Bianca ignora gli analisti su Iran

Secondo un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha messo in luce un paradosso strategico: nonostante il dominio informativo americano e israeliano, l’intelligence ha avuto scarsissima influenza sulle decisioni politiche della Casa Bianca. Gli autori Dan Lomas e Matthew Savill osservano che le operazioni tattiche e operative – dai colpi decapitanti contro la leadership iraniana fino ai salvataggi di equipaggi abbattuti – si sono basate su informazioni di altissima qualità, eppure le valutazioni strategiche degli analisti sono state largamente ignorate.
La Central Intelligence Agency (CIA) aveva localizzato con «alta fedeltà» la posizione dell’Ayatollah Ali Khamenei nei giorni precedenti l’Operazione Epic Fury, fornendo la finestra temporale decisiva per il colpo. Tuttavia, settimane prima del lancio degli attacchi, la stessa CIA aveva valutato che Khamenei potesse essere «sostituito da figure estremiste» provenienti dalla Guardia Rivoluzionaria (IRGC), e gli ufficiali dell’intelligence ritenevano i piani di cambio di regime «staccati dalla realtà». Il Direttore della CIA John Ratcliffe aveva descritto le opzioni di regime change come «farcicali». Nonostante ciò, l’amministrazione Trump ha proceduto, apparentemente influenzata dall’ottimismo derivato dal successo dell’Operazione Absolute Resolve in Venezuela.
Il divario tra valutazione e decisione si è ripetuto durante il conflitto. Rapporti consistenti dell’intelligence suggerivano che «il regime non è in pericolo» e «mantiene il controllo della popolazione iraniana», ma la Casa Bianca ha sottovalutato la capacità di risposta iraniana. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha dichiarato pubblicamente che il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz era stato pianificato e riconosciuto, eppure l’amministrazione ha poi minimizzato questa minaccia, credendo che lo shock and awe avrebbe prevalso. Valutazioni successive suggeriscono che l’Iran può schierare fino al 70 per cento dei suoi lanciamissili mobili pre-bellici e sta ripristinando siti precedentemente colpiti.
Gli autori attribuiscono il fenomeno a fattori strutturali e personali. Il Presidente, affidandosi a un ristretto circolo di consiglieri per la sicurezza nazionale, ha seguito l’istinto personale piuttosto che le valutazioni analitiche. Fiona Hill, ex consigliere di Trump, ha suggerito che la diffidenza presidenziale verso l’intelligence derivi dalla mancanza di lealtà personale. Il Direttore dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard è stato assente da gran parte del dibattito, presumibilmente per divergenze di opinione. Nel giugno 2025, il Direttore della Defense Intelligence Agency (DIA) Lt. Gen. Jeffrey Kruse è stato rimosso dopo che valutazioni preliminari contraddicevano le affermazioni dell’amministrazione sulla portata dell’Operazione Midnight Hammer contro il programma nucleare iraniano.
Il RUSI conclude che, sebbene l’intelligence fornisca «vantaggio decisionale» teoricamente, questo vantaggio si realizza solo se i decisori politici lo utilizzano saggiamente. Nel caso dell’Iran, le perdite di informazioni sensibili da parte di funzionari frustrati riflettono un sistema disfunzionale in cui l’analisi strategica rimane ai margini delle scelte di guerra e pace.
L’analisi del RUSI tocca un nervo scoperto della NATO: la qualità dell’intelligence non compensa l’assenza di una strategia coerente. Per l’Italia, membro dell’Alleanza, il caso iraniano illustra come anche i partner più forti possano prendere decisioni militari maggiori senza consultare adeguatamente i propri analisti, creando rischi di escalation incontrollata nel Mediterraneo allargato. La lezione storica è nota – dalla Baia dei Porci a Iraq 2003 – eppure si ripete: il potere informativo non è garanzia di saggezza politica.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 20 maggio 2026



