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Il fallimento del corridoio caucasico di Trump ha protetto l’Armenia dall’escalation iraniana

Secondo un’analisi del Quincy Institute, il collasso del cosiddetto Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), il corridoio di trasporto attraverso l’Armenia meridionale verso l’exclave azerbaigiano del Nakhchevan e la Turchia, rappresenta paradossalmente una fortuna strategica per Yerevan. Il progetto, presentato come strumento di pacificazione tra Armenia e Azerbaigian dopo quasi quattro decenni di conflitto intermittente, non ha mai raggiunto concretizzazione operativa.

L’accordo firmato alla Casa Bianca nell’agosto 2025 tra il presidente Trump e i leader armeno e azerbaigiano non ha condotto a un vero trattato di pace. I negoziati si sono bloccati quando Baku ha preteso modifiche costituzionali che costringessero l’Armenia a rinunciare formalmente alle rivendicazioni sul Nagorno-Karabakh, regione a maggioranza armena fino alla campagna militare azerbaigiana del 2023. La società congiunta armeno-americana incaricata di gestire il corridoio non è mai stata costituita, il contratto non è stato firmato, e di conseguenza nessuno dei presupposti infrastrutturali—finanziamenti, sicurezza, modalità transfrontaliere—è stato implementato.

Con la guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran che assorbe le priorità dell’amministrazione Trump, il progetto giace in stato di abbandono. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha ammesso a marzo che TRIPP non rappresenta una priorità immediata per Washington.

Tuttavia, il mancato sviluppo del corridoio ha sottratto l’Armenia dal divenire bersaglio della definizione sempre più ampia di obiettivi legittimi per le ritorsioni iraniane. Quando la guerra con l’Iran è scoppiata, i paesi vicini che ospitano infrastrutture americane—basi militari, presenze commerciali significative—sono diventati target dichiarati. L’Iran ha già colpito con droni il Nakhchevan azerbaigiano in marzo, incluso l’aeroporto, ferendo quattro civili. Teheran nutre sospetti storici verso i legami di sicurezza di Baku con Israele e teme che l’Azerbaigian supporti l’irredentismo azero all’interno dell’Iran, dove vivono tra 15 e 20 milioni di persone di origine azera.

L’Iran ha sempre considerato TRIPP come progetto volto a consolidare la presenza americana al suo confine settentrionale e a recidere il suo collegamento con l’Armenia, suo unico vicino settentrionale amichevole. Aveva TRIPP infrastrutture effettivamente costruite attraverso la regione meridionale armena, sarebbero diventate bersaglio attraente per l’arsenale missilistico e di droni iraniano. L’Armenia si sarebbe trovata intrappolata tra le ritorsioni di Teheran e le ambizioni azerbaigiane, con il confine turco ancora chiuso e le relazioni con la Russia deteriorate.

Tuttavia, il rischio non è completamente scongiurato. Pashinyan rimane fermamente impegnato nel progetto TRIPP come pilastro della riorientazione pro-occidentale dell’Armenia. Ha recentemente ospitato il vertice della Comunità Politica Europea, evento che ha visto la partecipazione di leader occidentali inclusi il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro canadese Mark Carney. Alcuni leader europei hanno endorsato TRIPP come mezzo per ancorare l’Armenia al «campo occidentale», sebbene offrano poco oltre il riconoscimento vago delle «aspirazioni europee» armene. L’opposizione armena, rappresentata da figure come Narek Karapetyan, ha sollevato dubbi sulla saggezza strategica della piattaforma occidentale, sottolineando che il tracciato TRIPP corre a soli 30-40 metri dal confine iraniano e che l’ambiguità strategica del progetto potrebbe giustificarne una futura «securitizzazione».

L’analisi del Quincy Institute evidenzia un paradosso rilevante per la NATO e per l’Italia: l’infrastruttura americana mai realizzata ha involontariamente preservato l’Armenia da diventare teatro di escalation tra potenze. Tuttavia, la persistente volontà di Pashinyan di realizzare TRIPP, spinto dal desiderio di ancoraggio occidentale, potrebbe riaprire questa vulnerabilità se la guerra Iran-USA si prolungasse. Per Roma, il caso armeno illustra come i megaprogetti geopolitici occidentali nel Caucaso meridionale richiedono calcoli di rischio molto più sofisticati di quanto la retorica della «pace attraverso la connettività» suggerisca.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 maggio 2026

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