Il programma nucleare iraniano prima dei raid di giugno 2025

Secondo un’analisi dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), a maggio 2025 l’Iran disponeva di un’ingente riserva di uranio arricchito al 60% e di centrifughe in grado di portare l’arricchimento fino al 90%, livello necessario per uso militare. Questa combinazione aveva drasticamente abbreviato il cosiddetto «tempo di breakout»—l’intervallo necessario per produrre materiale fissile sufficiente a una testata nucleare. Tuttavia, la sola disponibilità di materiale fissile rappresenta solo una parte della sfida; la vera arma nucleare richiede anche la realizzazione di testate, sistemi di lancio e l’integrazione dei due componenti.
Le autorità iraniane hanno costantemente sostenuto di non avere intenzione di militarizzare il programma nucleare. Secondo la loro narrazione, l’accelerazione delle attività nucleari dopo il 2018 è stata una risposta alle sanzioni occidentali ritenute ingiustificate e al ritiro degli Stati Uniti dal Trattato globale sul nucleare iraniano del 2015, l’Accordo globale e completo sul programma nucleare iraniano (JCPOA), che aveva vincolato le attività nucleari iraniane in cambio della revoca delle sanzioni internazionali.
Nel 2025, circa due terzi delle centrifughe iraniane erano modelli avanzati—IR-2m e superiori—e producevano la stragrande maggioranza dell’output di arricchimento; il resto era costituito da modelli più datati IR-1, significativamente meno efficienti. Questo mix tecnologico rifletteva un’evoluzione progressiva della capacità industriale nucleare iraniana nel corso del decennio precedente.
I paesi occidentali si affidano pesantemente all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) per ottenere informazioni sul programma nucleare iraniano e utilizzano le sue valutazioni per giudicare la minaccia che esso rappresenta. Una richiesta chiave dell’Occidente è stata il ripristino dell’accesso dell’AIEA in conformità agli obblighi dell’Iran come parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), ratificato dall’Iran nel 1970.
L’AIEA è incaricata di verificare che gli stati firmatari non divertano materiale nucleare per attività non dichiarate, come la militarizzazione. Le autorità iraniane hanno iniziato a limitare l’accesso dell’agenzia alle attività nucleari a partire dal 2021, in risposta al ritiro americano dal JCPOA. L’AIEA ha continuato a emettere rapporti regolari fino a maggio 2025; dopo i raid di giugno 2025, l’Iran ha bloccato completamente l’accesso dell’agenzia alle strutture colpite e ha rifiutato di fornire relazioni aggiornate sullo stato e la localizzazione dell’uranio arricchito.
L’analisi dell’ECFR documenta come il collasso del JCPOA abbia innescato un’accelerazione tecnologica e materiale del programma nucleare iraniano, riducendo significativamente i tempi di possibile militarizzazione. Per l’Italia e la NATO, questo scenario pone questioni critiche sulla stabilità regionale nel Mediterraneo allargato e sulla credibilità dei meccanismi di verifica internazionali quando uno stato decide di ritirarsi dalla trasparenza. La perdita di accesso dell’AIEA dopo giugno 2025 rappresenta un punto di rottura nella capacità occidentale di monitoraggio, con implicazioni che vanno oltre il dossier nucleare verso la gestione complessiva della crisi mediorientale.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 5 maggio 2026



