L’architettura antiriciclaggio nata nel 1989 regge ancora nell’era della frammentazione

Il sistema globale di contrasto ai flussi finanziari illeciti può ancora funzionare in un mondo attraversato da rivalità geopolitiche e conflitti aperti? È la domanda al centro di un numero speciale del RUSI Journal, dal titolo «Illicit Finance in a Fragmenting World», curato da Kinga Redlowska per il Royal United Services Institute. La risposta che emerge dall’analisi non è rassicurante: l’architettura costruita attorno al Financial Action Task Force (FATF), nato al vertice G7 di Parigi del 1989, riflette un’epoca di integrazione economica multilaterale che si sta esaurendo.
Il primo nodo riguarda la coerenza interna dell’organizzazione. Il FATF chiede a governi e istituzioni finanziarie di adottare un approccio basato sul rischio, concentrando le risorse dove il pericolo è maggiore, ma fatica ad applicare lo stesso criterio alle proprie valutazioni, che tendono a premiare l’adempimento formale di compiti prescritti più che l’efficacia dimostrata. Le valutazioni reciproche tra Stati, sottolinea l’autrice, rischiano di misurare l’esistenza di un apparato normativo senza verificarne il reale funzionamento.
Il secondo tema è l’ampliamento del perimetro dell’illecito finanziario. Nato per contrastare i proventi della criminalità e, in seguito, il finanziamento del terrorismo, il sistema si trova oggi a fronteggiare il finanziamento della guerra, le minacce ibride, l’elusione delle sanzioni e l’interferenza politica statale. La guerra russa contro l’Ucraina rende evidente questo scarto: dietro transazioni apparentemente innocue possono celarsi reti che uniscono agenzie statali ostili, organizzazioni criminali, società di comodo e imprese formalmente legittime. L’esempio citato riguarda l’infrastruttura che sostiene la deportazione e la militarizzazione di minori ucraini, dove sanzioni mirate ai soli funzionari di vertice rischiano di ignorare campi, amministratori, trasportatori e banche che permettono all’attività di proseguire.
Anche il finanziamento della proliferazione, da sempre pilastro dell’azione del FATF, viene giudicato troppo circoscritto: le valutazioni nazionali del rischio si concentrano su Corea del Nord e Iran, replicando l’elenco di priorità della comunità internazionale invece di partire dall’effettiva esposizione di ciascun Paese. Il finanziamento dei conflitti, osserva l’autrice, non è ancora trattato come categoria di rischio autonoma, nonostante molte giurisdizioni sotto monitoraggio rafforzato del FATF siano anche teatri di guerra o instabilità grave.
Un capitolo distinto è dedicato ai costi distributivi del sistema. I Paesi del Sud globale, che hanno avuto scarso peso nella progettazione delle regole, ne sostengono una quota sproporzionata degli oneri di compliance: l’inserimento in liste grigie può limitare l’accesso al credito, aumentare i costi delle transazioni e scoraggiare gli investimenti, aggravando le difficoltà istituzionali che si vorrebbero correggere. Anche le organizzazioni non profit, specie nell’Africa subsahariana, hanno subito restrizioni sproporzionate nonostante le revisioni della Raccomandazione 8 del FATF.
Il rapporto valuta positivamente il ruolo degli organismi regionali di tipo FATF, capaci di tradurre gli standard globali in pratiche locali, e conclude che la credibilità del sistema dipenderà dalla capacità di ascoltare governi, società civile e giurisdizioni finora periferiche nelle decisioni sul proprio futuro.
Il commento di GrNet.it
Trentasette anni separano il vertice G7 di Parigi del 1989, che diede vita al Financial Action Task Force, dal contesto odierno di guerra in Ucraina e sanzioni pervasive: un’architettura pensata per i proventi di reati comuni si trova oggi a dover intercettare il finanziamento di operazioni ibride condotte da apparati statali. Per un osservatore con esperienza operativa, il punto debole indicato dal RUSI è concreto: le unità di intelligence finanziaria restano organizzate per categorie penali tradizionali, mentre la deportazione di minori o il procurement bellico richiedono l’incrocio sistematico di dati finanziari, societari e di sicurezza, competenza che raramente risiede in un solo ente. Per l’Italia, che partecipa al FATF e alle valutazioni reciproche, la questione non è solo di conformità normativa ma di capacità analitica interforze, un terreno dove la cooperazione tra Guardia di Finanza, intelligence e autorità di vigilanza finanziaria andrebbe misurata sui risultati operativi più che sugli adempimenti formali. Resta aperto, e l’analisi lo ammette senza chiuderlo, il nodo di quanto le valutazioni internazionali riescano davvero a distinguere un sistema che funziona da uno che semplicemente esiste sulla carta.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 15 settembre 2026




