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L’isolamento internazionale di Israele assente dal voto del 27 ottobre

Il 60% degli adulti americani ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, contro il 53% di un anno prima, secondo un sondaggio Pew pubblicato in aprile e citato da Yaakov Katz in un’analisi per Chatham House. Tra gli statunitensi under 50 la quota sale al 70%, tra i democratici quasi all’80%, e persino tra i repubblicani il 41% dichiara ora un giudizio negativo. Dal 2022 le opinioni favorevoli sono scese di circa venti punti percentuali.

Il quadro britannico non è migliore: metà della popolazione ritiene che quanto accaduto a Gaza equivalga a genocidio, e un sondaggio YouGov di agosto indica che quasi la metà degli intervistati vorrebbe limitare o azzerare l’ingresso di immigrati israeliani nel Regno Unito. Secondo l’autore, questo mutamento dell’opinione pubblica ha conseguenze politiche concrete: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti crescono le richieste di embargo sulle armi, e parte della destra americana condivide con la sinistra progressista l’accusa a Israele di condizionare la politica di Washington coinvolgendo gli Stati Uniti in conflitti altrui.

Nonostante ciò, l’isolamento diplomatico israeliano resta ai margini della campagna per le elezioni generali del 27 ottobre. Il premier uscente Benjamin Netanyahu rivendica il logoramento di Hamas, l’indebolimento di Hezbollah e le due guerre contro l’Iran come prova di aver reso Israele più forte, evitando ogni responsabilità personale per i fallimenti che precedettero l’invasione di Hamas del 7 ottobre 2023. L’opposizione, guidata dall’ex premier Naftali Bennett e dall’ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Gadi Eisenkot, chiede una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la fine dell’esenzione dalla leva per la comunità ultraortodossa, ma anch’essa non affronta il tema della ricostruzione dei rapporti con Washington e le capitali europee.

Katz attribuisce questa reticenza a un riflesso diffuso nell’opinione pubblica israeliana: dopo il 7 ottobre, la critica straniera viene spesso liquidata come antisemita o come frutto di ignoranza, senza spazio per una terza possibilità, quella di alleati che restano solidali ma dissentono su specifiche scelte politiche. L’autore ricorda inoltre come le manifestazioni contro Israele siano iniziate quando i kibbutz al confine erano ancora in fiamme, un fattore che ha contribuito a irrigidire la percezione israeliana della solidarietà internazionale come effimera.

Un cambio di leadership, secondo l’analisi, non modificherebbe in modo sostanziale la situazione: le posizioni di Netanyahu e dei suoi principali sfidanti sulle questioni di sicurezza, inclusa Gaza, restano più vicine di quanto si percepisca all’estero. Intanto Israele guarda a nuovi partner in India, nel Golfo Persico, in Asia e in aree come il Somaliland, ma l’autore osserva che nessun partner asiatico potrebbe sostituire, nemmeno in un arco di cinque o dieci anni, il flusso americano di pezzi di ricambio per gli aerei da combattimento israeliani, l’intelligence condivisa e il sostegno diplomatico statunitense, che restano insostituibili.

Il commento di GrNet.it

Un caccia israeliano a terra per mancanza di pezzi di ricambio americani è l’immagine che l’articolo stesso propone per misurare la dipendenza reale di Tel Aviv da Washington, al di là della retorica sulla diversificazione verso India, Golfo e Asia. È un dato che chi si occupa di logistica militare conosce bene: la sostenibilità di una flotta aerea moderna si misura in catene di fornitura, non in dichiarazioni politiche, e nessun partner alternativo può ricostruire in pochi anni decenni di interoperabilità con l’industria statunitense. Per l’Italia, che condivide con Israele piattaforme e standard NATO, il caso mostra quanto sia fragile l’autonomia strategica quando la componente logistica resta concentrata su un unico fornitore. Resta da capire se gli elettorati europei, sempre più critici secondo i sondaggi citati, tradurranno questo sentimento in scelte di procurement che finora sono rimaste distinte dalla politica estera.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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