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Il duplice pivot di Xi: Sud globale e Taiwan entro il 2050

Che cosa vuole davvero ottenere Xi Jinping quando parla di «un comune destino per l’umanità»? Secondo Steve Tsang, autore insieme a Olivia Cheung del volume «China’s Global Strategy under Xi Jinping» e qui firmatario di un’analisi pubblicata da Chatham House sulla rivista The World Today, la risposta non è la sostituzione degli Stati Uniti come egemone globale, come molte amministrazioni americane hanno erroneamente supposto, ma la costruzione di una preminenza cinese attraverso quello che l’autore definisce un «doppio pivot»: la leadership sul Sud globale e il controllo su Taiwan.

Il punto di svolta dottrinale, ricorda Tsang, risale al 18 ottobre 2017, quando Xi presentò al Congresso del Partito comunista cinese il «Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era», rompendo con la linea di Deng Xiaoping di «nascondere le capacità e attendere il momento» seguita anche da Jiang Zemin e Hu Jintao. Per la prima volta un leader cinese formulava una strategia globale basata sul proprio pensiero personale, con l’orizzonte 2050 per la «rinascita nazionale».

Tsang propone la categoria di «realismo sino-centrico di partito-Stato»: un attore che compie calcoli di potenza relativa come ogni realista classico, ma subordina ogni considerazione alle preferenze ideologiche di Xi e alla sicurezza del Partito comunista. La traduzione ufficiale inglese, «a community with a shared future», sarebbe secondo l’autore un’edulcorazione: il termine cinese originale indicherebbe piuttosto un «destino comune» che va forgiato da un leader, la Cina, non generato spontaneamente da una comunità di soggetti liberi ed eguali.

Il primo pivot passa per la «democratizzazione delle relazioni internazionali», concetto con cui Pechino non esporta il proprio sistema leninista ma offre ai paesi del Sud globale protezione dall’imposizione del modello liberal-democratico occidentale. Dal 2021 Xi ha lanciato quattro iniziative globali — sviluppo, sicurezza, civiltà e governance — affiancate dalla Belt and Road Initiative, che nel 2025 ha ancora mobilitato circa 124 miliardi di dollari in prestiti. In cambio, ai paesi partner viene chiesto solo un sostegno verbale, a costo nullo, alla rivendicazione cinese su Taiwan. Pechino avrebbe già trasformato il funzionamento di organismi come il Dipartimento per gli affari economici e sociali dell’ONU e il Consiglio per i diritti umani.

Il secondo pivot riguarda Taiwan, che Xi ha reso centrale nel proprio «sogno cinese» fissando per la prima volta una scadenza, il 2050, a differenza di tutti i suoi predecessori, incluso Mao. L’obiettivo di Pechino sarebbe dimostrare una superiorità militare tale da spingere Taipei alla resa senza combattere; in caso di fallimento, l’uso della forza resterebbe l’opzione residua, con l’effetto atteso di mostrare l’impotenza americana e indurre Giappone e Corea del Sud a ricalcolare l’affidabilità dei rispettivi trattati di difesa con Washington.

Per contrastare il primo pivot, Tsang suggerisce alle democrazie occidentali di competere offrendo un ordine multilaterale più rappresentativo, reinvestendo negli aiuti allo sviluppo. Contro il secondo, propone di affiancare alla deterrenza militare americana — resa meno credibile dalle epurazioni di Xi tra i vertici militari — una deterrenza economica: quasi metà dei legami commerciali cinesi in valore riguarda Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e Nuova Zelanda, e la minaccia coordinata di una rottura di tali legami potrebbe far riconsiderare a Xi i rischi di un’invasione.

Il commento di GrNet.it

Il parallelo utile è con la deterrenza integrata teorizzata durante la Guerra Fredda, dove la componente militare da sola non bastava senza una leva economica credibile capace di incidere sui calcoli del Cremlino. Tsang applica lo stesso schema a Pechino, ma con una variabile che complica il quadro per l’Europa: l’interdipendenza commerciale che dovrebbe fungere da deterrente è anche la stessa che rende costosa, per Roma e per i partner europei, qualunque rottura coordinata con la Cina. Per l’Italia, che ha alternato adesione e uscita dalla Belt and Road Initiative, la lettura di Tsang pone un problema concreto: la coerenza tra retorica sui diritti e pratica degli aiuti allo sviluppo verso il Sud globale, terreno su cui l’autore indica che l’Occidente sta perdendo terreno per proprie incongruenze, non per superiorità cinese. Resta aperta, e l’analisi non la scioglie, la domanda su quanto una minaccia economica coordinata resti credibile quando i paesi che dovrebbero formularla hanno interessi commerciali con Pechino non sempre allineati tra loro.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026

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