Farea al-Muslimi: mediatore in Yemen tra Houthi, droni Usa e Primavera araba

Dal 2011, anno della Primavera araba, la traiettoria personale di Farea al-Muslimi si intreccia con le trasformazioni politiche del Medio Oriente e con la guerra in Yemen. Ricercatore del Middle East and North Africa Programme di Chatham House, al-Muslimi racconta in un’intervista pubblicata da The World Today il percorso che lo ha portato dalla vita in un villaggio di montagna yemenita alla ribalta internazionale come mediatore ed esperto di sicurezza.
Nato nel 1990, l’anno in cui il Sud Yemen comunista si unì al Nord Yemen in un unico Stato, al-Muslimi è cresciuto in una fattoria di famiglia prima di studiare a Sana’a e ottenere una borsa di studio per un anno di scuola superiore a Los Angeles. Ha poi frequentato l’American University of Beirut, dove si trovava quando è scoppiata la Primavera araba, un evento che definisce il più significativo per la sua generazione perché ha rotto l’esclusività della politica preesistente. In quel periodo ha lavorato come fixer per la stampa internazionale, un’esperienza che lo ha indirizzato verso gli affari internazionali.
A 23 anni, poche settimane dopo la laurea, al-Muslimi ha testimoniato davanti al Senato degli Stati Uniti dopo aver contribuito a far emergere una delle prime storie che dimostravano come i raid con drone statunitensi avessero ucciso civili in Yemen. Sei giorni prima dell’audizione, un attacco con drone americano ha colpito il suo villaggio natale. La testimonianza, definita nell’intervista come «emozionale», ha portato la questione dei raid statunitensi in Yemen sulle prime pagine di Financial Times, Guardian e New York Times.
Dopo la presa di Sana’a da parte dei ribelli Houthi nel 2014 e lo scoppio della guerra civile, al-Muslimi ha svolto un ruolo di mediatore con milizie e signori della guerra. Racconta di aver scritto la propria dichiarazione di morte almeno cinque volte prima di entrare in incontri con i miliziani, senza sapere se ne sarebbe uscito vivo: consegnava il testo a una persona di fiducia con l’istruzione di divulgarlo se non fosse tornato entro un termine convenuto.
Il lavoro di mediazione è proseguito fino al 2024, quando gli Houthi lo hanno inserito nella lista dei nemici dello Stato. Secondo il racconto di al-Muslimi, era stato invitato a Sana’a per negoziare una de-escalation economica, ma qualcosa non gli è parso convincere all’ultimo momento, spingendolo a non partire. Poco dopo gli Houthi hanno trasmesso un programma televisivo in cui lo accusavano di essere una spia occidentale, rendendo per lui troppo rischioso il ritorno nel paese.
Nel 2014 al-Muslimi aveva fondato il Sana’a Centre for Strategic Studies, spinto dalla scarsa conoscenza internazionale dello Yemen. Osserva che quando la guerra è scoppiata nel 2015 solo pochi giornalisti internazionali erano presenti a Sana’a, e che il dibattito globale sul paese si è a lungo concentrato su temi esterni: tra il 2001 e il 2008 su Al-Qaeda, poi sui rapporti con l’Iran e con l’Arabia Saudita, raramente sullo Yemen in quanto tale.
Il commento di GrNet.it
L’intervista lascia sullo sfondo un punto che meriterebbe più spazio: la scarsità di conoscenza diretta sullo Yemen non è un dettaglio biografico, ma un problema strutturale per chiunque debba valutare rischi e alleanze nel Mar Rosso. Un paese analizzato quasi sempre attraverso lenti esterne, Al-Qaeda, Iran, Arabia Saudita, rischia di essere compreso solo nei termini che interessano agli osservatori occidentali, non nei suoi equilibri interni reali. Per l’Italia, che nel Mar Rosso ha interessi di sicurezza marittima concreti legati al traffico commerciale, la carenza di analisi locali indipendenti come quella segnalata da al-Muslimi pesa più di quanto si tenda a riconoscere. La testimonianza suggerisce anche quanto sia fragile la posizione di chi lavora come mediatore in contesti di guerra civile, esposto sia alle milizie locali che alle conseguenze delle operazioni militari straniere.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026




