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Perché nessun attacco ha eguagliato l’11 settembre in venticinque anni

Duemilanovecentosettantasette vittime: nessun attentato compiuto nei venticinque anni successivi si è avvicinato al bilancio dell’11 settembre 2001. È il dato da cui parte un commento pubblicato da RUSI, il Royal United Services Institute, a firma di Tim Willasey-Wilsey, secondo cui l’assenza di un attacco di scala comparabile resta, a distanza di un quarto di secolo, un vero e proprio enigma strategico.

L’autore ricorda che il concetto di terrorismo a effetto di massa non nacque con le Torri Gemelle: già dal 1998 il governo britannico aveva avvertito Washington di un possibile attacco con aerei dirottati, informazione condivisa con le amministrazioni Clinton e Bush. Tre fattori avevano alimentato i timori occidentali negli anni Novanta: l’attacco con gas sarin della setta Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo nel 1995, il timore che Al-Qaeda potesse procurarsi materiale fissile attraverso l’Asia centrale, e le sperimentazioni chimico-biologiche-nucleari condotte da scienziati legati al gruppo nel campo di Derunta, al confine tra Afghanistan e Pakistan.

Dopo l’11 settembre, l’attesa di attacchi emulativi si è concretizzata solo in parte: Bali nel 2002 (202 morti), Madrid nel 2004 (193) e Londra nel 2005 (52), fino al sventato piano Overt del 2006, che puntava ad abbattere sette aerei di linea sull’Atlantico. Da allora, osserva Willasey-Wilsey, il terrorismo ha assunto due forme prevalenti: gli assedi urbani in stile Mumbai 2008 (166 vittime) e Westgate 2013 (71), efficaci nel catturare l’attenzione mediatica ma quasi sempre fatali per gli esecutori e le organizzazioni che li sostengono; e il terrorismo del cosiddetto lupo solitario, spesso indistinguibile da forme di disagio psichico legate all’isolamento sociale, che secondo l’autore rischia di assorbire risorse investigative sottraendole alle minacce strategiche poste da Russia, Iran e Cina.

L’unico episodio realmente paragonabile per letalità è l’incursione di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre 2023, probabilmente l’attacco terroristico più mortale della storia in proporzione alla popolazione colpita, ma condotto con armi da fuoco e coltelli, non replicando la logica di un aereo trasformato in arma contro un bersaglio a terra.

Tra le spiegazioni della mancata replica su scala 9/11, il rapporto cita il rafforzamento della sicurezza aerea, l’uso di big data da parte dei servizi per individuare tendenze sospette, la maggiore difficoltà per i gruppi terroristici di operare in modo coordinato, e i colpi inferti ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico tra il 2001 e il 2019. L’autore rifiuta però la conclusione consolatoria: la motivazione al terrorismo resta alta, specie dopo la distruzione di Gaza dal 2023, mentre i progressi nella tecnologia dei droni maturati in Ucraina dal 2022 potrebbero offrire ai gruppi terroristici nuovi mezzi di attacco in un momento in cui le contromisure restano ancora acerbe, e l’intelligenza artificiale potrebbe facilitare la ricerca e lo sviluppo di payload letali.

Il commento di GrNet.it

Il precedente utile per inquadrare questa analisi è la lunga stagione di allarme sulle armi chimiche e batteriologiche degli anni Novanta, quando l’attacco Aum Shinrikyo a Tokyo spinse i servizi occidentali a pianificare scenari di attacco alla metropolitana di Londra: un’attenzione dottrinale che poi si rivelò premonitrice solo in parte, perché la minaccia reale arrivò da un vettore del tutto diverso, gli aerei di linea. Oggi lo schema si ripete: la comunità della sicurezza guarda ai droni ucraini e all’intelligenza artificiale come ai prossimi moltiplicatori di minaccia, ma la storia recente insegna che l’immaginazione degli attori ostili tende a sorprendere proprio chi si prepara sullo scenario più prevedibile. Per l’Italia, esposta come piattaforma logistica NATO nel Mediterraneo e sede di infrastrutture critiche facilmente sorvolabili da sistemi a pilotaggio remoto a basso costo, la questione non è teorica: la proliferazione di droni commerciali modificabili pone un problema di contromisure ancora largamente irrisolto anche nei teatri di addestramento nazionali. Resta da capire se le risorse dell’intelligence, già impegnate a distinguere il disagio psichico dal vero radicalismo nei casi di lupo solitario, riusciranno a riequilibrarsi verso le minacce emergenti senza abbandonare la vigilanza sul jihadismo residuo.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 10 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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