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Divieto britannico sulle merci dagli insediamenti, ora la palla passa a Bruxelles

«Pulizia etnica dei palestinesi» perpetrata da «coloni terroristi»: sono le parole usate dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband alla Camera dei Comuni per giustificare il divieto imposto questa settimana su tutte le importazioni dagli insediamenti israeliani illegali. Ad analizzarne la portata e i limiti è Anchal Vohra su Responsible Statecraft, secondo cui la mossa londinese ha un forte valore morale ma resta insufficiente senza il coinvolgimento dell’Unione Europea, il maggiore mercato mondiale e il principale partner commerciale di Israele.

Il tempismo, osserva l’autrice, è decisivo. Il mese scorso il governo israeliano ha bandito gare per oltre 1.200 unità abitative nell’area E1, 4,6 miglia quadrate di Cisgiordania occupata tra Gerusalemme e il grande insediamento di Ma’ale Adumim: un’espansione che, secondo quanto riportato da CNN, renderebbe «praticamente impossibile» uno Stato palestinese contiguo.

Miliband ha citato dati delle Nazioni Unite su una media di sei attacchi violenti di coloni al giorno contro i palestinesi nel corso dell’anno, il livello più alto mai registrato. Il commercio legato agli insediamenti riguarda soprattutto prodotti agricoli e rappresenta, secondo Reuters, solo una frazione degli scambi bilaterali tra Regno Unito e Israele; più incisive potrebbero essere le sanzioni su società e individui che finanziano la costruzione negli insediamenti, comprese le istituzioni finanziarie.

Londra ha coordinato l’iniziativa con undici altri paesi, tra cui Francia e Canada. Parigi ha già annunciato un divieto analogo sulle importazioni dagli insediamenti, mentre il Canada ha promesso restrizioni nei prossimi mesi. Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno espresso l’intenzione di introdurre misure nazionali o di sostenere un’iniziativa europea.

L’anno scorso l’Unione Europea e Israele hanno scambiato beni per oltre 43 miliardi di euro. Il dibattito pubblico si è concentrato sulla riduzione delle vendite di armi, ma per Vohra il vero potere di Bruxelles è quello commerciale. Negli ultimi tre anni l’Ue ha condotto una revisione dell’Accordo di associazione Ue-Israele, riscontrando una violazione dell’Articolo 2 sul rispetto dei diritti umani, ma la sospensione integrale dell’intesa richiede unanimità, bloccata a lungo dall’Ungheria di Viktor Orbán.

L’opzione alternativa, la sospensione parziale delle disposizioni commerciali, richiede una maggioranza qualificata di almeno 15 voti pari al 65% della popolazione del blocco: qui a frenare sono stati il sostegno tedesco a Israele e quello italiano, spiega l’autrice. Secondo un funzionario Ue citato nell’articolo, la Commissione ha presentato una nuova proposta che include il divieto sulle importazioni dagli insediamenti, ma non raggiunge ancora i 15 Stati membri necessari.

Il rapporto segnala inoltre che il blocco ha finora sanzionato solo una dozzina di individui e nove entità legate agli insediamenti. Pesa anche la crescente dipendenza europea dall’industria della difesa israeliana, con Germania, Grecia, Cipro e Finlandia tra gli importatori di equipaggiamento militare israeliano, un fattore che secondo Vohra rende improbabile, nel breve periodo, sia un divieto paneuropeo sulle importazioni dagli insediamenti sia, a maggior ragione, una sospensione degli scambi commerciali con Israele.

Il commento di GrNet.it

Quindici voti su ventisette, pari al 65% della popolazione del blocco: è la soglia di maggioranza qualificata che l’Unione Europea non riesce a raggiungere da tre anni sul dossier degli insediamenti, e che racconta più di ogni dichiarazione la distanza tra retorica e capacità decisionale di Bruxelles in politica estera. L’articolo cita esplicitamente l’Italia, insieme alla Germania, tra i paesi che hanno frenato la sospensione parziale dell’accordo commerciale: una posizione che pesa sulla credibilità italiana in un dossier mediterraneo dove Roma rivendica un ruolo di mediazione. Va anche considerato l’elemento che l’analisi individua come freno strutturale, la crescente dipendenza di alcuni Stati membri dall’industria della difesa israeliana in un momento di minore disponibilità di munizioni critiche da parte americana: un fattore che non riguarda solo Berlino o Atene, ma l’intero perimetro degli approvvigionamenti europei. Restano da capire le conseguenze pratiche, sul piano industriale e diplomatico, di un’eventuale adesione italiana a iniziative nazionali come quella franco-britannica, ipotesi che per ora appare politicamente lontana.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 11 settembre 2026

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