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Il divario globale sull’intelligenza artificiale e il tentativo ONU di colmarlo

Secondo un’analisi di Chatham House, il divario tecnologico tra le superpotenze dell’intelligenza artificiale e il resto del mondo rischia di consolidarsi in assenza di meccanismi multilaterali capaci di redistribuire almeno in parte il potere di definire standard e regole. Il think tank britannico esamina gli esiti del Global Dialogue delle Nazioni Unite, tenutosi a Ginevra il 6 e 7 luglio, che ha riunito governi, aziende, accademici e società civile attorno al tema dell’asimmetria crescente tra potenze intermedie, paesi in via di sviluppo e i due poli dominanti del settore, Stati Uniti e Cina.

Semiconduttori avanzati, infrastrutture di calcolo e capacità di intelligenza artificiale restano concentrati soprattutto in questi due paesi, lasciando molti stati dipendenti da tecnologie che non sviluppano e non controllano pienamente. Questo produce scelte obbligate tra sistemi proprietari statunitensi e modelli cinesi a pesi aperti, con ricadute su sicurezza, governance e capacità tecnica locale.

Il summit si è basato sul rapporto preliminare dell’Independent International Scientific Panel on AI, che individua rischi concreti: assenza di meccanismi robusti per valutare gli agenti autonomi e mitigare i bias, proliferazione di materiale pedopornografico generato dall’IA e di violenza sessuale tramite deepfake, costi ambientali delle infrastrutture su larga scala. Il rapporto segnala inoltre una governance frammentata, con oltre 40 tipologie di strumenti regolatori a livello globale, per lo più volontari e concentrati sul livello aziendale.

Da questo lavoro nasce la proposta di un «Dialogo dei Dialoghi», ispirato ai modelli di IPCC, ICAO e OMS, pensato per collegare le iniziative esistenti, rafforzare l’interoperabilità tecnica e sostenere valutazioni basate su evidenze, senza creare un regolatore sovranazionale. Attraverso lo UN AI Dialogue Partnerships Hub, l’iniziativa punta a favorire consenso e condivisione di conoscenze tra attori statali e non statali, rispettando sovranità nazionale e diversità geopolitica.

Il rapporto propone coalizioni più piccole per evitare lo stallo multilaterale: coalizioni sul calcolo, come l’AI Continent Action Plan dell’Unione Europea, il Piano brasiliano per l’Intelligenza Artificiale (PBIA) con 100 progetti di ricerca condivisi con partner latinoamericani e africani, o l’iniziativa africana AI factory per modelli locali in lingue africane. Vengono citate anche coalizioni regolatorie su temi specifici, come la marcatura dei contenuti IA o il rilevamento dei deepfake, prendendo a modello l’AI Act europeo e il quadro ASEAN sull’economia digitale (DEFA).

Gli autori sono chiari sui limiti dello strumento: il Dialogo dei Dialoghi non può imporre vincoli a Washington o Pechino, né competere con raggruppamenti come la Pax Silica a guida statunitense o il WAICO cinese. Il suo valore starebbe nel creare «chiavi di traduzione» tra regimi regolatori diversi, riducendo l’attrito tra paesi non coinvolti nella competizione strategica diretta.

Il rapporto propone un obiettivo di «interoperabilità minima praticabile» entro il 2027, secondo una proposta costaricana avanzata a Ginevra, basata su terminologia condivisa, classificazioni di rischio comparabili e sistemi di segnalazione degli incidenti compatibili. Chatham House indica infine nel Regno Unito un possibile mediatore, grazie alla sua base di ricerca sulla sicurezza dell’IA, alla firma della Pax Silica e ai canali di dialogo con Stati Uniti, Cina e Commonwealth, e raccomanda che l’iniziativa sia coordinata dall’Office for Digital and Emerging Technologies delle Nazioni Unite per evitare che venga marginalizzata o soggetta a indebita influenza corporate.

Il commento di GrNet.it

Il nodo che l’analisi lascia aperto è la distanza tra architettura istituzionale e capacità reale: un forum di coordinamento tecnico non genera da solo l’infrastruttura di calcolo che manca ai paesi medii. Per l’Italia, priva di una filiera nazionale di semiconduttori avanzati e di capacità di calcolo paragonabili a quelle delle superpotenze, l’interoperabilità regolatoria proposta da Chatham House avrebbe senso solo se accompagnata da investimenti concreti in infrastrutture condivise a livello europeo. Il riferimento a coalizioni come l’AI Continent Action Plan dell’Unione Europea indica una strada percorribile, ma resta da vedere se Roma parteciperà da protagonista o da spettatore a queste architetture di calcolo comune. La distinzione tra standard tecnici, definibili anche in un clima di tensione geopolitica, e scelte politiche sulla sovranità digitale, meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito nazionale sulla difesa cyber e spaziale.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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