Medio OrienteOsservatorio Strategico

Gaza, il disarmo di Hamas che nessuno vuole applicare davvero

Gaza City, gennaio 2026: i miliziani di Hamas restano visibili nelle strade della città, mentre a Washington si annuncia che il gruppo ha accettato il piano di disarmo promosso dal presidente statunitense Donald Trump. È da questa apparente svolta, riportata in un commento di Chatham House, che si può leggere il nuovo stallo del cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025.

Da allora, il cosiddetto Board of Peace ha concentrato l’attenzione quasi esclusivamente sul disarmo di Hamas come condizione per sbloccare gli altri elementi del piano in venti punti di Trump: l’ingresso a Gaza del comitato tecnocratico National Committee for the Administration of Gaza (NCAG), lo schieramento di una forza internazionale di stabilizzazione (International Stabilization Force, ISF) e l’avvio della ricostruzione. Questa priorità, osserva l’analisi, ha di fatto escluso ogni discussione sul ritiro israeliano: il controllo di Israele sul territorio è passato dal 53 per cento di ottobre, delimitato dalla cosiddetta Yellow Line, a quasi il 70 per cento attuale.

L’accordo annunciato da Trump potrebbe alterare questo schema, scrive Chatham House, perché Hamas ha di fatto chiamato la bluff di Israele, spostando per la prima volta da mesi una parte della pressione esterna sul governo di Gerusalemme. Resta però da vedere se il Board of Peace, e Trump in particolare, siano disposti a esercitare la pressione necessaria su entrambe le parti per superare lo stallo.

Secondo il think tank, un calendario concreto per la consegna delle armi o il ritiro delle truppe è improbabile nel breve periodo. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in vista delle elezioni di ottobre, non ha interesse a subire pressioni americane per un ritiro: ministri di destra hanno già annunciato piani per nuovi insediamenti a Gaza. Per il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya, accettare il piano è invece una mossa pragmatica che mantiene il gruppo nel negoziato sul futuro dell’enclave, pur sapendo che il disarmo effettivo non sarà immediato.

Le due parti, nota l’analisi, tornano a irrigidirsi sulle sequenze: Israele chiede il disarmo completo prima di qualunque ritiro, Hamas pretende il ritiro israeliano prima di consegnare le armi. Israele ha inoltre chiesto di riservarsi il diritto di colpire aree destinate all’ISF, ha contestato il coinvolgimento di Qatar e Turchia nelle fasi di verifica e ha domandato la distruzione, non lo stoccaggio, delle armi confiscate. Hamas, dal canto suo, ha respinto la distruzione delle armi ed evita deliberatamente il termine “disarmo”, mentre lo stesso testo del piano parla di “decommissioning”, sul modello del processo nordirlandese.

Il gruppo palestinese, sottolinea Chatham House, difficilmente accetterà una consegna completa senza un percorso più ampio verso l’autodeterminazione palestinese, richiamata indirettamente nell’articolo 8 dell’accordo attraverso il riferimento al protocollo di Sharm el-Sheikh. Netanyahu ha già respinto ogni ipotesi di Stato palestinese. Nonostante la retorica di “zero trust” adottata da Washington e dal Board of Peace, l’analisi conclude che entrambe le parti punteranno a guadagnare tempo, mentre resta incerta la reale disponibilità americana a fare pressione su Israele e la tenuta dell’impegno personale di Trump oltre l’annuncio iniziale.

Il commento di GrNet.it

Il disarmo modellato sul precedente nordirlandese resta un’analogia parziale: a Belfast la decommissioning avvenne dopo decenni di processo politico e con garanzie reciproche verificabili, non come precondizione unilaterale imposta a una sola parte. A Gaza manca ancora quell’architettura di garanzie, e la sostituzione del termine “disarmo” con “decommissioning” sembra più un accorgimento lessicale che un cambio di sostanza negoziale. Per un osservatore con esperienza di teatri post-conflitto, la vera variabile resta la capacità di una forza di interposizione come l’ISF di operare con mandato chiaro e regole d’ingaggio definite, cosa che il testo non sembra ancora garantire. Se Roma e i partner europei dovessero essere chiamati a contribuire a una missione di stabilizzazione, la lezione balcanica insegna che l’ambiguità sulle sequenze si paga sul terreno, non nei comunicati.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 3 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

Redazione di GrNet.it, network di informazione su sicurezza e difesa attivo dal 2007. Segue quotidianamente le notizie e gli approfondimenti su Forze di Polizia, Forze Armate, scenari internazionali, normativa e concorsi del comparto sicurezza.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio