Nel Grande Nord i sette alleati artici della NATO moltiplicano i formati di cooperazione

Dal 2022, con l’aggressione russa all’Ucraina e le sanzioni occidentali che hanno interrotto quasi ogni interazione tra Russia e Occidente nell’Artico, la mappa della cooperazione di sicurezza nella regione è cambiata radicalmente. L’adesione record di Finlandia e Svezia alla NATO ha rimosso vincoli formali alla cooperazione difensiva nordica e baltica, mentre il timore per gli assetti militari russi nell’area è cresciuto. È quanto ricostruisce Karsten Friis in un commento pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI), che mappa i formati attraverso cui i sette paesi artici membri della NATO — su otto totali, includendo la Russia — coordinano oggi le proprie posizioni.
Il quadro principale resta l’Alleanza Atlantica, all’interno della quale il formato Arctic 7 (A7) si è fatto più attivo, producendo due non-paper — nel 2024 e nel 2025 — con cui gli alleati artici hanno cercato di orientare la percezione NATO della regione. L’A7 si riunisce a livello di capi di Stato, ministri degli Esteri e della Difesa, e attraverso incontri regolari dei rappresentanti permanenti presso il quartier generale NATO.
Sul piano militare, il comando alleato Joint Force Command Norfolk, istituito nel 2019, riunisce sotto un’unica autorità la maggior parte delle attività NATO nell’Artico ed è responsabile del Piano Regionale Northwest, che copre Atlantico settentrionale, Artico e regione nordica. La disputa diplomatico-territoriale tra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia nel 2025-26 è stata tenuta fuori dal formato A7, gestita invece in un gruppo di lavoro trilaterale tra Washington, Copenaghen e Nuuk; tuttavia, quando la retorica del presidente Donald Trump si è fatta più esplicita, si sono resi necessari confronti senza la presenza americana, come il vertice nordico-canadese di Oslo nel marzo 2026.
Accanto ai canali diplomatici, il settore della difesa ha sviluppato formati paralleli: l’Arctic Security Policy Roundtable, avviato nel 2024 tra i ministeri della Difesa dei sette paesi (con Groenlandia e Isole Faroe come partecipanti), l’Arctic Security Forces Roundtable, attivo dal 2010 e co-presieduto da US European Command e Stato maggiore norvegese, e l’Arctic Chiefs of Defence, riunione dei capi di stato maggiore attiva dal 2012. La Russia partecipava a questi ultimi due formati fino alla sospensione della cooperazione militare NATO nel 2014.
Il rapporto segnala inoltre iniziative più recenti come Arctic Sentry, guidata dal Joint Force Command Norfolk come cappello per le attività militari alleate nella regione, e Nordic Bridge, concetto statunitense che collega Northern Command, NORAD e European Command per evitare dispersioni o carenze di forze nell’area. Un ulteriore pilastro è la cooperazione trilaterale NORUKUS tra Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti, nata nelle forze speciali ed estesa oggi a marina, aviazione e sviluppo di capacità in ambiti come la guerra antisommergibile.
Friis avverte infine che un’eventuale riduzione dell’impronta militare statunitense in Europa potrebbe incidere su queste attività, pur segnalando che Washington mantiene interessi nazionali di difesa del territorio nell’Artico, dall’Alaska al NORAD con il Canada, fino alla cooperazione di intelligence con i paesi nordici legata alla minaccia missilistica balistica russa e alla crescente collaborazione militare sino-russa osservata nello Stretto di Bering.
Il commento di GrNet.it
L’analisi elenca con precisione una decina di formati — A7, ASPR, ASFR, ACHOD, Nordefco, N5, NORUKUS, Arctic Sentry — ma non si sofferma abbastanza su un rischio strutturale: la proliferazione di sedi di coordinamento può diluire la capacità decisionale proprio quando servirebbe rapidità operativa. Un apparato così frammentato regge finché le priorità degli alleati artici convergono, ma la disputa sulla Groenlandia dimostra che bastano tensioni interne all’Alleanza per costringere i partner a negoziare escludendo Washington da alcuni tavoli. Per un paese come l’Italia, che nell’Artico non ha interessi diretti ma partecipa alla NATO come osservatore in alcuni di questi formati tramite alleati come Regno Unito, Francia e Germania, il caso offre un modello di come si costruisce coesione regionale senza duplicare le strutture di comando: una lezione trasferibile, con i dovuti adattamenti, al fianco sud dell’Alleanza. Resta da capire se un’eventuale riduzione della presenza militare statunitense in Europa, richiamata dallo stesso autore, produrrà nel Mediterraneo le stesse dinamiche di riorganizzazione già in atto nel Grande Nord.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 27 settembre 2026



