Hybrid Navy, la Royal Navy scommette sull’ecosistema più che sulle navi

Alla fine dell’Ottocento la Royal Navy passò dalla vela al vapore, ma la vera trasformazione non arrivò con il motore in sé, disponibile da decenni, bensì con la rete globale di stazioni di carbone, cantieri, logistica e competenze industriali che lo rese decisivo. È da questo precedente storico che parte il commento pubblicato dal Royal United Services Institute, RUSI, a firma del Commodoro (ret.) Steve Prest, per leggere l’attuale concetto di Hybrid Navy annunciato dalla Marina britannica.
Secondo l’autore, l’attenzione mediatica e politica si concentra inevitabilmente sugli aspetti più visibili della trasformazione tecnologica: vascelli di superficie autonomi, veicoli sottomarini senza equipaggio di grandi dimensioni, sciami di droni. Sono elementi facili da rappresentare graficamente e da mostrare nei cantieri, ma Prest sostiene che puntare sulle piattaforme significhi fraintendere la natura del programma.
Il punto centrale, per l’autore, non è costruire navi robotiche ma edificare un ecosistema marittimo capace di integrare, sfruttare e far evolvere continuamente la tecnologia alla velocità richiesta dal conflitto moderno. Il vascello autonomo sarebbe soltanto uno dei nodi possibili all’interno di questa architettura, non il suo fine.
Prest richiama il parallelo con le grandi aziende tecnologiche: Tesla non compete solo grazie all’automobile ma integrando batterie, software, infrastrutture di ricarica e aggiornamenti da remoto in un sistema coerente; Apple e Amazon Web Services avrebbero seguito una logica analoga, dove l’ecosistema stesso diventa il prodotto. Applicata alla Marina, questa logica implica che il vantaggio operativo non deriva dal possesso di più sistemi autonomi rispetto agli avversari, ma dalla capacità di integrare nuove tecnologie più rapidamente.
Il rischio individuato dall’autore è quello di ricreare, con piattaforme diverse, il modello di acquisizione tradizionale: se vascelli di superficie, veicoli sottomarini, droni e intelligenza artificiale venissero sviluppati come programmi separati, con architetture proprietarie e sistemi di supporto isolati, si otterrebbe una versione digitale della flotta attuale, non la Hybrid Navy annunciata.
Per questo, sostiene Prest, servirebbe un vero e proprio sistema operativo comune, composto da infrastruttura digitale, comunicazioni, comando e controllo, servizi cloud, resilienza cibernetica, standard dei dati, distribuzione del software, intelligenza artificiale e logistica. In questa cornice, il cosiddetto Maritime Fighting Web, definito priorità numero uno, mancherebbe ancora di una visione chiara, di una responsabilità dirigenziale definita e di risorse adeguate.
Come primo passo concreto, l’autore propone un test verificabile entro fine anno: dimostrare che un missile Sea Ceptor possa colpire un bersaglio aereo individuato esclusivamente dai sensori di un altro assetto, ad esempio un cacciatorpediniere Type 45, senza impiego dei propri sensori di bordo. Si tratterebbe di una prova concreta del sistema di combattimento disaggregato, realizzabile senza costruire nuove navi o hardware.
Prest conclude osservando che il fattore decisivo, storicamente, non è mai stata la sola acquisizione di nuove tecnologie, ma la capacità dell’istituzione di adattarsi attorno ad esse, come già avvenuto con radar, propulsione nucleare e aviazione imbarcata.
Il commento di GrNet.it
L’analisi del RUSI non affronta un nodo che riguarda direttamente le marine europee più piccole, Italia compresa: costruire un sistema operativo comune costa, in termini di governance e risorse dedicate, quanto o più delle piattaforme che deve integrare, e senza una scelta politica esplicita rischia di restare un’intenzione dichiarata sulla carta. La Marina Militare italiana sta muovendo passi paralleli nel campo dei sistemi autonomi e della digitalizzazione della flotta, ma la lezione britannica suggerisce che il vero banco di prova non sarà il numero di droni acquisiti, bensì l’esistenza di standard dati e architetture di comando condivise tra piattaforme eterogenee. Il test proposto da Prest, dimostrare un ingaggio missilistico basato sui sensori di un’altra unità, è un esercizio replicabile anche in ambito NATO con costi contenuti, e potrebbe offrire un parametro utile per valutare la reale maturità dei sistemi di combattimento disaggregati alleati. Resta però da capire se le marine europee dispongano della stessa disponibilità a rivedere i propri quadri regolatori su sicurezza e rischio, condizione che l’autore indica come altrettanto necessaria quanto la tecnologia stessa.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 23 agosto 2026




