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Deterrente britannico, perché il finanziamento tedesco non è la strada giusta

«Anche se la spesa nucleare è protetta all’interno del bilancio del ministero della Difesa britannico, l’insieme delle risorse per la difesa resta finito»: lo scrivono Darya Dolzikova e Sidharth Kaushal in un commento pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI). La frase riassume il nodo di fondo sollevato ad agosto da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui la Germania starebbe valutando un sostegno finanziario al deterrente nucleare del Regno Unito, salvo poi smentita esplicita da Berlino sull’esistenza di trattative relative al programma Trident.

Gli autori ricordano comunque che il tema resta reale: Germania e Francia hanno già avviato un dialogo più strutturato sulla deterrenza nucleare, mentre funzionari ed esperti tedeschi hanno più volte ipotizzato un coinvolgimento più stretto nei deterrenti britannico e francese. Il quadro dei costi spiega l’interesse: il Defence Investment Plan britannico stanzia oltre 63 miliardi di sterline nei prossimi quattro anni per l’insieme dell’infrastruttura nucleare, tra cui il programma Dreadnought (31 miliardi più 10 di contingenza per le nuove unità lanciamissili balistici) e 15 miliardi destinati al programma sovrano delle testate. Nel 2024-25 la Defence Nuclear Enterprise ha assorbito il 18% del bilancio della difesa, quota che il ministero prevede possa salire al 20% nel 2025-26 e fino al 25% negli anni successivi.

Nonostante questo, gli autori giudicano il finanziamento diretto tedesco una forma inefficace di condivisione degli oneri. Non tanto perché darebbe a Berlino un veto formale sull’impiego delle armi nucleari britanniche – il Telegraph stesso escludeva richieste di autorità di lancio – quanto perché genererebbe aspettative di consultazione ed esporrebbe parte del programma alle decisioni di futuri governi e parlamenti tedeschi, minando quell’indipendenza politica che la dottrina nucleare britannica ha sempre considerato centrale, già messa in discussione dalla dipendenza dai missili Trident II D5 di produzione statunitense.

La vera lacuna dell’architettura di deterrenza europea, secondo gli autori, è la mancanza di flessibilità di fronte al vantaggio russo nelle armi nucleari tattiche e teatrali. Su questo terreno la cooperazione anglo-tedesca già in corso su capacità di attacco convenzionale a lungo raggio – missili con gittata superiore a 2.000 km capaci di colpire obiettivi sensibili in Russia senza superare la soglia nucleare – offre margini di sviluppo ulteriore: dalla possibile versione lanciabile da tubo lancasiluri del missile da crociera FC/ASW per i sommergibili tedeschi Type 212, alla partecipazione tedesca al Global Combat Air Programme (GCAP).

Il rapporto sottolinea però che l’efficacia di queste capacità dipende dall’architettura politico-militare che ne governa l’impiego, oggi carente rispetto ai meccanismi consolidati del Nuclear Planning Group della NATO. Gli autori propongono quindi un gruppo direttivo integrato anglo-tedesco sulla deterrenza, eventualmente come estensione del Trinity House Agreement e del Kensington Treaty, o in alternativa un formato trilaterale con la Francia, per collegare pianificazione convenzionale e nucleare senza duplicare le strutture NATO.

Il commento di GrNet.it

Un sommergibile Type 212 tedesco che imbarca un domani una versione lanciabile da tubo lancasiluri del missile FC/ASW cambierebbe la percezione russa di quella piattaforma, da tattica a potenzialmente strategica: è un dettaglio tecnico che vale più di molte dichiarazioni politiche sulla condivisione degli oneri. L’analisi RUSI mette in luce un punto che riguarda anche Roma, pur senza nominarla: la crescita di inventari europei di armi convenzionali a lungo raggio pone problemi di comando e controllo che oggi non trovano una casa istituzionale precisa, a metà tra il Nuclear Planning Group e i comandi operativi di componente aerea. Per un paese come l’Italia, che partecipa alla condivisione nucleare NATO ma non dispone di capacità di attacco a lungo raggio paragonabili a quelle in discussione tra Londra e Berlino, la questione non è tanto se aderire a simili meccanismi, quanto come non restare escluso dal tavolo in cui si definiranno le regole di ingaggio per queste nuove capacità convenzionali a effetto strategico. Il precedente del rifiuto francese di partecipare al Nuclear Planning Group mostra quanto sia difficile armonizzare sensibilità nazionali diverse anche tra alleati storici, e suggerisce cautela nel valutare tempi e forme di un eventuale coinvolgimento italiano in architetture di deterrenza integrata ancora in fase di definizione.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 9 settembre 2026

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