Diplomazia climatica europea, un’occasione mancata sulla decarbonizzazione industriale

Come può l’Unione europea sostenere le proprie ambizioni climatiche senza perdere terreno industriale rispetto a Cina, Giappone e Corea del Sud? Il rapporto di Mats Engström per lo European Council on Foreign Relations, ECFR, indica una risposta precisa: rafforzare la diplomazia climatica orientandola in modo specifico verso la decarbonizzazione industriale, oggi trascurata a favore di temi generali di mitigazione e finanziamento.
Il testo ricorda che la leadership europea nella decarbonizzazione ha portato benefici, come l’essere stata la prima a offrire sul mercato globale prodotti innovativi a basse emissioni, ma comporta anche costi di transizione rilevanti in settori come acciaio e chimica. A questo si aggiungono gli effetti della guerra su vasta scala della Russia in Ucraina e del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che spingono al rialzo i prezzi dell’energia, e la concorrenza serrata di Cina e altri produttori su chimica, fertilizzanti e acciaio. Pesano anche i crescenti costi dei sistemi di scambio di quote di emissione. Secondo il rapporto 2025 Breakthrough Agenda dell’International Energy Agency, IEA, la transizione industriale a basse emissioni a livello globale procede troppo lentamente per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
L’autore osserva che il lancio, nel 2024, della Task Force UE per la diplomazia internazionale sul carbon pricing e i mercati è stato un passo importante, ma non ha affrontato i nodi dell’infrastruttura, dell’accesso ai finanziamenti, dei diritti di proprietà intellettuale e delle competenze necessarie alla trasformazione industriale.
Il rapporto propone alcune linee d’azione in vista dell’incontro informale dei ministri dell’ambiente e del clima, ENVI, previsto per il 23 e 24 luglio. I due punti all’ordine del giorno, decarbonizzazione e competitività da un lato, diplomazia climatica dall’altro, andrebbero trattati in modo integrato. L’Europa dovrebbe ispirarsi alle politiche industriali più attive di Cina, Giappone e Corea del Sud, capaci di scelte strategiche mirate su singole tecnologie, e osservare esperienze interne come quella delle regioni carbonifere polacche, che hanno saputo generare nuova occupazione verde nella chiusura delle miniere.
Tra le proposte figurano l’aumento delle risorse per la cooperazione internazionale sulla riduzione dell’impatto climatico di acciaio e cemento, l’inserimento della diplomazia sulla trasformazione industriale nella roadmap strategica dei ministri e un finanziamento adeguato nel prossimo strumento Global Europe per la politica di sviluppo. Il rapporto insiste inoltre sulla necessità di superare la scarsa coerenza tra iniziative UE e degli Stati membri, adottando un approccio Team Europe, poiché nemmeno grandi paesi come la Germania possono da soli costruire partenariati sufficientemente solidi di fronte alla sfida cinese. Serve, secondo Engström, una cultura più cooperativa e un aumento del personale dedicato alla diplomazia climatica a Bruxelles e nelle delegazioni UE.
Infine, i ministri dovrebbero impegnarsi con maggiore convinzione sull’agenda della decarbonizzazione industriale nell’ambito dell’Accordo di Parigi, seguendo l’iniziativa brasiliana del 2025 e l’ambizione turca di proseguire questo lavoro alla COP31 di novembre 2026, dopo quello che molti hanno giudicato un linguaggio deludente sulla riduzione delle emissioni complessive emerso dalla COP30 di Belém.
Il commento di GrNet.it
Un tavolo ministeriale a Bruxelles, due punti all’ordine del giorno tenuti separati per prassi burocratica, e una sfida industriale che invece li lega a doppio filo: è la scena che il rapporto ECFR descrive senza troppi giri di parole. Per l’Italia, paese con una siderurgia sotto pressione e una chimica esposta alla concorrenza asiatica, il nodo posto dall’analisi non è astratto: senza una diplomazia industriale coordinata a livello europeo, i costi della transizione rischiano di ricadere in modo asimmetrico proprio sui settori più esposti del Mezzogiorno e del Nord industriale. L’approccio Team Europe invocato dal rapporto presuppone però una capacità di coordinamento tra Roma e Bruxelles che finora si è mostrata discontinua, specie quando si tratta di difendere interessi settoriali nazionali in sede negoziale. Resta da vedere se il vertice ENVI di fine luglio produrrà indicazioni operative o si limiterà, come spesso accade, a un documento di intenti.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 22 luglio 2026




