Carceri: mega rissa tra detenuti italiani ed extracomunitari a Siracusa

carcere-siracusaRoma, 20 nov – «Forse il pretesto del furioso pestaggio tra detenuti avvenuto ieri nella sala socialità del carcere di Siracusa, nella sezione in cui è in atto la vigilanza dinamica dei ristretti, è tra i più futili, ossia l’incapacità di convivere – seppur tra le sbarre – con culture diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che ieri pomeriggio nel carcere di Siracusa dieci detenuti, catanesi e siciliani da una parte ed extracomunitari dall’altra, se le sono date di santa ragione, tanto che uno dei ristretti è stato portato in ospedale e gli altri sono ricorsi tutti alle cure del medico di turno. E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori».

La denuncia arriva dal Sindacato di polizia penitenziaria SAPPE.

Spiega Donato Capece, segretario generale: «In poche ore, in due carceri italiane, si sono tolti la vita due detenuti. Uno a Como, l’altro nel carcere di Fossombrone. Agenti di Polizia sono stati picchiati da detenuti nel carcere di Padova e Salerno, a Torino due detenuti sono stati salvati in tempo mentre tentavano il suicidio, tutti eventi critici che potevano avere più gravi conseguenze se non fossero intervenuti con tempestività i Baschi Azzurri. Tutto questo conferma quel che il SAPPE sostiene da tempo, ossia che nonostante le affrettate rassicurazioni di chi va in giro a dire che i problemi delle carceri sono (quasi) risolti e non c’è più un’emergenza, i drammi umani restano, eccome. Altro che le dichiarazioni di impegno sul carcere della speranza e della rieducazione».

Ma il SAPPE punta il dito anche contro il sistema della “vigilanza dinamica” e del regime penitenziario “aperto” che è in atto nel carcere di Siracusa: «Altro che vigilanza dinamica, autogestione delle carceri o sottoscrizione di ridicoli “patti di responsabilità” da parte dei detenuti che sembrano essere l’unica risposta sterile dei vertici del DAP all’emergenza penitenziaria e che rispondono alla solita logica “discendente” che “scarica” sui livelli più bassi di governance tutte le responsabilità. Non a caso il SAPPE da subito propose che i vari progetti sui circuiti penitenziari venissero ratificati dai vertici del Dap, dal direttore del carcere e dalla competente magistratura di sorveglianza mediante l’’apposizione in calce delle rispettive firme, che diano vita, questo sì, a un “patto di responsabilità”, o meglio di corresponsabilità davanti a ogni autorità giudiziaria, tra il livello di amministrazione centrale, regionale e periferico».

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