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[VIDEO] Ragusa: traffico di esseri umani e prostituzione minorile, la Polizia ferma 5 rumeni

Ragusa, 6 giu – La Polizia di Stato di Ragusa ha fermato cinque cittadini rumeni per reati connessi al fenomeno del “caporalato”, associazione a delinquere finalizzata al traffico di esseri umani commessa in danno di connazionali alcuni dei quali minori, nonchè sfruttamento pluriaggravato della prostituzione, anche minorile.

Il fermo degli indagati è stato eseguito al termine di un’articolata attività investigativa della Squadra Mobile di Ragusa, sorta in seguito delle dichiarazioni rese da un cittadino romeno che, prostrato da una situazione di grave sfruttamento lavorativo, si presentava presso la Questura di Ragusa ed offriva un agghiacciante narrato sulle modalità del suo trasferimento in Italia, sull’attività lavorativa in cui era impegnato, aggiungendo altri dettagli circa le condotte poste in essere anche ai danni di altri connazionali.

In seguito a tali dichiarazioni veniva avviata l’indagine, il cui sviluppo consentiva di accertare l’esistenza di un’associazione criminale finalizzata al traffico di esseri umani ai fini dello sfruttamento lavorativo.

L’associazione era riuscita a curare il reclutamento, il trasferimento in Italia e l’immissione nel settore del lavoro agricolo di numerose vittime connazionali, tutte scelte tra persone in stato di estremo bisogno ( in alcuni casi minori, in altri casi anziani, talvolta legati da vincoli di parentela ad alcuno dei sodali), analfabete o appena capaci di leggere e scrivere, tutte in condizione di peculiare vulnerabilità (“boschetari” ovvero senzatetto, persone prive del necessario e quindi facilmente soggiogabili e disposte a tutto, anche ad accettare miserrime condizioni di vita).

Le vittime venivano attirate con l’inganno e la falsa promessa di un’occupazione lavorativa, di una sistemazione abitativa dignitosa e, poi, invece, private di ogni facoltà di negoziare condizioni di lavoro e di vita, nonché private della facoltà stessa di pianificare il proprio futuro. Si trovavano, quindi, ad affrontare una dimensione quasi schiavistica: oltre a non percepire nessuna somma di denaro per il lavoro prestato, venivano sottratti loro i documenti di identità; venivano mantenute in una condizione di totale isolamento sia dal paese di origine (in quanto i contatti con i familiari erano del tutto impediti ovvero venivano consentiti solo sotto il controllo delle informazioni veicolate ad opera dei sodali), sia dal paese ove erano giunti (dimorando nelle stesse abitazioni dei loro trafficanti che lasciavano solo per essere dagli stessi condotti sul posto di lavoro); veniva, altresì, reso impossibile un autonomo ritorno presso il paese di origine perché in assenza di documenti e di denaro per pagare il viaggio nessuno avrebbe potuto scegliere di lasciare l’Italia e, soprattutto, attuare in concreto detta scelta.

All’arrivo in Italia tutte le vittime venivano costrette ad abitare in immobili privi di riscaldamento, a vestirsi con indumenti prelevati dai rifiuti, a cibarsi di alimenti scaduti o di pessima qualità ed in minime quantità, condotte nei vari terreni dai sodali e lì controllate al fine di mantenerne alta la produttività: l’aberrante strumentalizzazione determinava talvolta che alcuni di essi tentassero la fuga che, tuttavia, durava ben poco, poiché i sodali erano in grado di “recuperare” le vittime fuggite, facendogli pagare amaramente la ribellione, con violenza inaudita. Anche le vittime recalcitranti subivano un simile trattamento violento, finalizzato a piegarne la volontà e a fungere da esempio per gli altri, scongiurandone analoghi comportamenti.

Il sistema attuato dal sodalizio era semplice e rozzo, ma efficace: impiegare nel settore agricolo una squadra di “operai” in modo da percepire un compenso commisurato al lavoro da questi svolto. Il lavoro veniva pagato “a cassetta”, quindi ad un maggior numero di braccianti corrispondeva un maggior ricavo, atteso che il singolo lavoratore non veniva pagato.

Al fine di ottenere la massimizzazione dei guadagni, il sodalizio doveva, quindi, contenere al minimo le spese di vitto e alloggio: a tale scopo venivano utilizzate (come si è già detto) abitazioni fatiscenti, cibo in scarsa quantità e di pessima qualità, vestiti prelevati dai rifiuti, limitata la somministrazione di energia elettrica anche quando il freddo notturno rendeva necessario l’uso di una stufa per riscaldarsi.

L’attività permetteva di identificare numerose vittime del traffico di esseri umani gestito dagli indagati (tredici, quattro delle quali minori) emergendo l’abilità degli associati nel gestire l’attività senza soluzione di continuità e con modalità altamente professionali, tali da consentire la massimizzazione dei profitti e la riduzione al minimo dei rischi, riorganizzandosi e rimodulando le proprie energie anche economiche in caso di necessità (in particolar modo in caso di fuga delle vittime o di controlli delle forze dell’ordine) ovvero occupandosi della gestione delle vittime attuando diverse modalità di controllo. Alcune vittime, infatti, subivano l’isolamento oppure venivano reimpiegate in settori diversi da quello agricolo; in particolar modo, lo sfruttamento sessuale per le giovani di sesso femminile e l’impiego in attività illecite degli operai di sesso maschile.

Le indagini consentivano di individuare anche altri cittadini romeni dediti al medesimo illecito traffico di esseri umani a fini di sfruttamento lavorativo di connazionali, operanti in autonomia rispetto al sodalizio investigato ma capaci di offrire e ricevere supporto dallo stesso in caso di necessità.

Tutte le vittime presenti sul territorio sono state collocate presso un’associazione anti-tratta specializzata nell’ambito della tratta di persone a scopo di sfruttamento lavorativo.

Gli indagati si trovano ora presso il carcere di Ragusa.

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